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Libro nr. 2

Vi avevo detto di essermi innamorata del Commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni, no?!

Mi sono innamorata e, quindi, dopo l’inverno sono corsa a comprare la primavera del Commissario.

Siamo sempre a Napoli, ovviamente, sempre nel ventennio fascista, sempre sulle orme di un assassino.

Vi devo dire, però, che mai come in questa saga la ricerca dell’assassino non è null’altro che un pretesto per entrare sempre più profondamente nella vita dei personaggi che sono tutti, inevitabilmente, meravigliosi.

Il Commissario lascia un po’ di spazio a Maione, il suo prode aiutante, ed al medico legale, che fanno decisamente ridere, non prima, però, di mostrarci come vede i morti ammazzati in ogni angolo della città.

L’omicida da smascherare è quello di una vecchia cartomante e strozzina.

Immaginate il numero dei sospettati, vari ed eventuali. Il più divertente senz’altro il 65enne che sta aspettando che la mamma muoia per convolare a giuste nozze con la “fidanzatina” di sempre, più grande di lui di circa 3 anni, per poter mettere su famiglia. Manco a dirlo si recava dalla cartomante proprio per capire quando sarebbe schiattata la vecchia, senza ottenere grossi risultati. Esilarante il racconto.

Parallelamente alla storia principale una defilata ma non meno interessante che vede la bellissima sig.ra Filomena sfregiata e che coinvolge Maione in un’indagine parallela ma, soprattutto, in un’inevitabile amicizia. Scoprire il colpevole dello sfregio a Filomena è inquietante e bellissimo per la metafora della volpe che cerca la libertà.

Solo un pretesto davvero scoprire il colpevole perché in mezzo c’è tantissima roba: il commissario con il suo primo ed imbranato approccio con Enrica; Lucia, la moglie di Maione, e la lotta contro la depressione; il medico legale e l’ironica amicizia con il commissario; i morti per le strade e la vecchia con il suo proverbio; l’ingombrante bellezza di Filomena ed i suoi spasimanti, insomma di tutto e di più tanto da dovervi lasciare per scappare a comprare l’estate.

PS: dimenticavo.. l’assassino è… paura eh!

 

Mi perplimo

Ho notato di essere vittima di uno strano fenomeno per cui ci sono delle persone che prima mi amano alla follia e poi, improvvisamente, mi odiano.

Non parlo necessariamente di uomini, anzi non parlo affatto di uomini (quelli non si innamorano né prima né dopo!), ma di tutta una serie di conoscenti/amici che improvvisamente si innamorano e mi chiedono pure quante volte devono andare in bagno e poi da un giorno all’altro si dimenticano che esisto.

Figuriamoci, a me va bene ma mi faccio delle domande a cui non sempre so dare risposte.

Da una parte invidio questi personaggi dall’innamoramento facile ma ne rimango sempre perplessa eppure abbastanza affascinata.

Perché io sono un po’ più restia ad innamorarmi, quando lo faccio poi lo dimostro in maniera abbastanza evidente ma per farlo mi ci vuole ben più di un’uscita.

La cosa che mi fa strano, subendola, è che io non faccio niente per accattivarmi prima le simpatie e poi le antipatie della gente.

Semplicemente sto. Faccio il mio. Sono così.

E’ per questo che rimango esterrefatta quando chi prima dimostrava grande amore ad un certo punto a stento mi chiede come sto.

Va benissimo, probabilmente si sono innamorate di altre persone e, per carità, approvo e sottoscrivo ma mi chiedo: sono tutti uguali gli innamoramenti?! Io dico di no.

Questi più che innamorati sembrano fans. Avete presente? Quando a qualcuno piace un attore, un cantante, pure se quello porta a pisciare il cane è idolo; poi inevitabilmente, ci si stanca, ma mica perché fanno qualcosa di male, semplicemente perché pure le groupies crescono.

Ecco, forse, questi non sono innamorati ma fans che poi diventano fan di qualcun altro, Può darsi ma io non ambisco ad essere una rock star quindi meglio una timida ma sincera amicizia che volubili sostenitori.

Vi trovate d’accordo?

 

 

 

Friendship

È un po’ di giorni che rifletto sui rapporti interpersonali ed in particolare sull’amicizia e penso che per me esistono delle sostanziali differenze tra gli amici.

Gli amici sono un regalo. Gli amici sono un miracolo. Quando li trovi devi baciare per terra. Sono quelle persone con cui non servono parole; a cui non hai bisogno di raccontare nulla perché già sanno tutto; a cui non serve descrivere sfumature di colore perché le sfumature di colore sono loro; quelli con i quali basta uno sguardo, due sono troppi. Sono loro e punto.

Diversi da loro ma prossimi all’arrivo sono i quasi amici quelli con i quali è subito amore, che conosci da poco ma che già sai  diventeranno importanti; quelli con i quali ritrovi quasi subito un’affinità elettiva che va sviluppata e svilupperai.

Ben altro discorso va fatto per coloro che ambirebbero a diventare amici ma non lo diventeranno mai ossia i conoscenti. Questi fanno parte di una cerchia più o meno ampia. Ci sono, è piacevole, può essere divertente passarci una serata, pranzare insieme a loro ma poi tu a casa tua e io a casa mia. Senza esagerare, non c’è bisogno, non serve a nessuno. Ci sei, va bene; non ci sei va bene uguale.

Poi, purtroppo o per fortuna, la vita ci porta a condividere l’esistenza con altri personaggi che poco c’entrano con te ma con i quali sei costretto a convivere e questi si chiamano: colleghi. Questi non sono amici, nè quasi amici, nè conoscenti eh! Questi sono come i parenti: te li trovi, non li scegli. Ci devi passare una media di 8/10 ore al giorno e devi sperare che ti vada bene. Certo puoi trovare il modo di farlo andar meglio ma non illuderti. Lavoro da 13 anni nello stesso posto e quelli che hanno raggiunto il grado di amici si contano sulle dita di una mano ed è giusto così!

Da ultimo (come quando decido di parlare bene), ci sono i SOLI e di questi bisogna aver paura. I soli sono fondamentalmente dei sociopatici che per non affrontare la realtà della loro solitudine si attaccano a chiunque, anche a chi hanno denigrato fino ad un minuto prima. Sono quelli che girano come gira il vento; che hanno talmente tanta paura di rimanere con loro stessi che si attaccano allo zerbino del vicino. Ecco, questi mi fanno paura sono più falsi di una moneta da 3€, questi vanno evitati come la peste perché oggi lo zerbino sei tu domani quello del piano di sopra ma, carissimi, i sentimenti sono un’altra cosa; l’amicizia è una cosa seria e non va sprecata con cotali personaggi.

 

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Bla Bla

Sapete bene che la regola è questa: kobo quando viaggio e cartaceo a casa.

Si contravviene a questa regola solo se il libro sul kobo mi è piaciuto al punto che non posso aspettare il prossimo viaggio per finirlo.

Fino ad ora mi era capitato solo con il mio diolo: Abate.

Ora mi è capitato di nuovo con: Giovanni Venturi ed il suo Le parole confondono.

Chi è Giovanni Venturi? Ma un giovane e promettente scrittore che ho conosciuto su twitter e sì. l’ho rifatto: ho comprato un libro di uno scrittore conosciuto su twitter con l’ansia che non mi piacesse e invece mi è piaciuto!

Le parole confondono è la storia di Andrea che sogna di fare lo scrittore e si svolge su due piani paralleli: la sua vita e quella del protagonista del suo libro. La prima si svolge dal 2010 ai giorni nostri; la seconda nel 2003.

Andrea “reale” vive a Milano, dopo essersi trasferito da Napoli, con l’amico Francesco, personaggio ambiguo ma carismatico; allegro ma misterioso; alpha e omega. Andrea cerca lavoro da scrittore e lo trova in una radio dove comincerà a leggere il suo libro e qui parallelamente si sviluppa la storia di Andrea “reale ma virtuale” e così ne scopriamo la storia adolescenziale. Ragazzo timido e bisognoso di affetto con una famiglia che lo ostacola nel suo sogno di diventare scrittore e con l’unico appoggio del nonno, la cui figura è tenera e toccante. Gli succede più o meno di tutto: si innamora della sua migliore amica, cerca di dichiararsi ma per una serie di circostanze non ci riesce; vive a Napoli e subisce cose che un ragazzo non dovrebbe subire, si diploma, scappa dalla sua città e perde di vista più o meno tutti… fino a che…leggere per sapere.

Bene, bravo anche se del libro, che scorre velocemente, due cose proprio non mi sono piaciute:

  • quando si parla di persone di pelle nera, lo scrittore dice “di colore” e sapete bene, avendo letto allergicamente, che è una cosa a cui sono allergica;
  • sceglie, come canzone per conquistare una ragazza, “Di notte” di Pierdavide Carone. Sconosciuto ai più lo era anche a me se non fosse che un mio amore lo apprezzava… ecco, l’appunto è del tutto personale, ma: Giova’, con tutte le belle canzoni che ci sono proprio questa mi dovevi citare?!

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The end

Temo sia arrivato il momento di farmi un fidanzato dal momento che la sera non vedevo l’ora di andare a letto per farmi coccolare dalle pagine della Ferrante.

Ho divorato il libro (Storia della bambina perduta) fino alla metà salvo poi cominciare a rallentare per la tristezza di finirlo.

Che brava, che bello, che piacere leggere queste pagine.

La Ferrante (chiunque essa sia e, ve lo dico, non mi interessa) sa catturare, avvinghiare, in due parole, come vi ho già detto, sa scrivere!

Siamo scesi dall’aereo con Lenù e Nino e abbiamo cominciato con loro a vivere una bellissima storia d’amore fatta di viaggi, litigate, gelosie, successi, sconfitte, figli, mogli, amiche ingombranti, e tutto a questo torna nel racconto di Lenù, tutto torna all’amica ingombrante: Lila.

Lila che si riprende l’amicizia e la vita di Lenù, che torna a Napoli e soprattutto, nel rione.

Succede veramente di tutto in questo quarto ed ultimo libro: Lila si afferma nella sua professione con i computer, Lenù come scrittrice; aumentano i figli: Lenù mette al mondo Imma e Lila Nunzia detta Tina (dalla mia omonimia con la bambina posso dire: porella!); Nino si scopre essere per quello che è; i Solara fanno la loro degna fine; Lila con i figli è quanto meno sfortunata; Linù, di contro, decisamente fortunata o forse non si tratta di fortuna ma di quello che nella vita ha costruito, a differenza dell’amica condannata all’infelicità per il suo modo di essere.

E’ cattiva Lila?

Non so dirvi: per tutta la saga si gioca sull’ambiguità di questa figura che forse è solo un’indifesa, una che attacca per difendersi, che non ha avuto possibilità eppure cerca un riscatto dalla vita e dal rione; o forse no perché arriva ad un punto della sua vita in cui vorrebbe solo cancellare il suo nome, perché non vuole più bene a nessuno e nessuno vuole più bene a lei.

Quello che so è che quando ti accorgi che stai per finire il libro cominci a pensare che no, che non ti va, che era tempo che non leggevi qualcosa di così coinvolgente.

Quello che so è che sta per arrivare una fiction sul libro ma niente potrà dare voce e immagini migliori a quelle che la Ferrante stessa ha costruito con la sua abile e fantasiosa scrittura.

Quello che so è che va detto un “BRAVA!” grosso come una casa a lei e va fatto un invito a grandi e piccoli, uomini e donne a lasciarsi toccare, catturare, avvolgere da questa meraviglia.

Entusiasmo!

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Domandandocivi

A volte mi chiedo, quando ho un po’ di tempo e magari sto in taxi o in treno o in aereo, come ora, ecco a volte mi chiedo:

Stai bene?

Stai male?

Sei raffreddato?

Quanto sei innamorata del tuo ometto?

Mangi? Bevi? Dormi?

La fai la cacca?

Sei sempre vegetariana?

Ti manco?

Mi pensi?

Sono già bis zia?

Ti ricordi di noi 2?

Hai voglia di cinese?

Ma come si fa a fidarsi di nuovo?

Sei stanco?

La odi sempre la Pausini?

Come sarebbe stata la nostra vita se fossimo rimasti insieme?

Ti bastano ancora i vestiti che ti ho fatto comprare?

Lo leggi questo blog?

E i completini li fai ancora?

Che ne pensi di Renzi?

Ma lo sai che non ho ancora la tracollina di Chanel?

Ecco, così, a volte di chiedo questo… e altro …. ma soprattutto mi chiedo: sei felice? Perché se sei felice, io sto a posto così!

 

 

 

La grande bellezza

Allora ieri nei miei trasbordi vespa/macchina/macchina/vespa ho incrociato un labrador con il suo padrone ed ho pensato: “La grande bellezza”!

Allora ho cominciato a catalogare tutte le cose che per me rappresentano “La grande bellezza”… vi farò uno dei miei soliti elenchi: siete contenti?!

  • Le feste di Margie quando mi vede, che sembra sempre che è da una vita e magari ci siamo viste due ore prima;
  • il sorriso di gratitudine di un bimbo quando lo cavi da un impiccio, che per te è una cosa banale ma per lui è un ostacolo insormontabile;
  • il cuore che ti si ferma per 5 secondi quando lo rivedi dopo tanto tempo;
  • Roma;
  • il sollievo nella voce di un’amica alla fine di una telefonata dopo averti chiamata disperata;
  • la collega che ti blocca sul corridoio e ti mostra, con le lacrime agli occhi, l’anello che le ha regalato lui (e le lacrime vengono anche a te!);
  • i vecchietti di Bilbao che girano per osterie e bere cicchetti e cantare canzonette;
  • la tracolla di Chanel (da ieri anche quella di Stella McCartney);
  • la complicità tra amici;
  • la sposa bellissima e felice in mezzo ai suoi invitati;
  • avere nella stessa sala di un museo: Pollock, Rotkho, Kandisky, Picass, Klein;
  • gli occhi di una persona innamorata;
  • mamma e papà contenti per un tuo successo;
  • il divano dopo una giornata di giri;
  • trovare un libro che ti appassiona;
  • il sabato e la domenica senza sveglia;
  • il mare;
  • il mare;
  • il mare… che è?! Non mi sono incantata è che per me “la grande bellezza” del mare merita almeno 3 punti in classifica;
  • le scarpe di Jimmy Choo

…e potei continuare per ore ma mi fermo perché non voglio tediarvi anche se “la grande bellezza” sarebbe anche….curiosi eh?! Mo’ vi lascio così, in attesa.

 

 

I’m so sorry

Mi chiedevo se anche a voi capita di dire “mi dispiace”; a me capita spesso ma magari non agli altri, a me stessa, nella mia testa.

Lo dico di continuo, perché penso a delle cose ed eccolo lì il “mi dispiace”.

Volete sapere quando, perché e di cosa mi dispiaccio? Ve lo dico.

  • Mi dispiace quando vedo un maledetto parcheggiato davanti allo scivolo dei disabili e non posso rigargli la macchina;
  • mi dispiace che non mi ami;
  • mi dispiace che sono tornati di moda gli anni ’80 (spero finisca presto!);
  • mi dispiace non poter passare più tempo con la mia meravigliosa cana;
  • mi dispiace che Gigi D’Alessio abbia successo;
  • mi dispiace che non sia sempre estate;
  • mi dispiace non poterti dimostrare quanto ti amo io;
  • mi dispiace che esistono le Hogan;
  • mi dispiace che questo blog non valga 8 milioni di € come quello della bocconiana;
  • mi dispiace non avere la possibilità di rispondere come vorrei sempre a chi voglio;
  • mi dispiace non poter spendere tutti miei soldi in abbigliamento e accessori;
  • mi dispiace vederti cambiare in poche ore e non capirne il motivo;
  • mi dispiace non essere stata in grado di lanciare l’hashtag #giannininudo e vederlo così in trasmissione;
  • mi dispiace non poter uccidere tutti quelli che maltrattano i cani e i bambini;
  • mi dispiace che c’è la crisi;
  • mi dispiace che ci sono le guerre;
  • mi dispiace che c’è la fame nel mondo;
  • mi dispiace non potermi sfondare di nutella;
  • mi dispiace non poter picchiare delle persone che reputo insopportabili;
  • mi dispiace che alcune persone non si lavano e puzzano;
  • mi dispiace non potermi “pelare” di nuovo…

ma soprattutto…

mi dispiace dover dire MI DISPIACE!

Il cerchio non si chiude

E niente, cerchiamo la Ferrante e picchiamola! Ma come si fa a finire una trilogia così??? Ma sei pazza subito! Una comincia il primo libro, pensa “adesso vado avanti, vedrai che il cerchio si chiude” e poi passi nel secondo e resti appesa e poi finisci il terzo e capisci che non s’è chiuso niente!!!! Allora, o scrivi un altro libro, e peró diventa una “quadrilogia” e ‘sta cosa non esiste;o mi chiudi il cerchio, cara la mia sig.ra Ferrante!!!!!
Ma che modo è???
Per carità, pure il terzo libro vola; per carità, tante cose da leggere, da scoprire, da amare, da odiare;
per carità… ma NON si può, e sottolineo NON, finire così…
Io ora devo sapere.
Bello, peró eh, bello. Finisce bene, mi piace, diciamo che è un happy end ma può essere che sia così banale la fine??? Può essere che una scrittrice così arguta, così interessante, così pulita nella scrittura decida di finire una trilogia con il trionfo dell’amore come i più infimi Harmony?! Ma io non ci credo, io non ci voglio credere.
Uscendo dal loop della fine devo dire che anche questo terzo libro è davvero ben scritto, qui siamo alla fine degli anni ’60, inizio e metà ’70 quindi: terrorismo, brigate rosse, lotte sociali. Il tutto vissuto di traverso dalle protagoniste. La solita fastidiosa Lila (personaggio odioso, posso finalmente dire dopo 3 libri) che, però, in questo terzo sfuma, quasi scompare e lascia finalmente la scena alla vera “amica geniale”: Lenù. È lei che si riscatta dal rione, che prende una laurea, che cambia città, che fa un “buon” matrimonio, che un po’ delude nelle scelte di vita ma che alla fine trionfa… con l’amore! Gli uomini anche qui figure marginali, di contorno, visti con gli occhi delle protagoniste, mai in prima persona, mai autonomi. Le ambientazioni variano: da Napoli si passa a Pisa e poi Milano e poi Firenze. I personaggi si moltiplicano con un unico punto fermo: il rione. Bello. Tutto bello. E bravi. Tutti bravi: brava Lenù a riscattarsi, brava Lila a sfumarsi, brava la Ferrante a scrivere, bravi tutti… ma ora la domanda è una ed una soltanto: io come faccio a rimanere su quell’aereo?!

Domenico detto Mimmo

Era un po’ che non andavo al cinema ed in una giornata afosa, come quella di domenica, l’aria condizionata della sala devo dire che è stata di sollievo.

Era un po’ che non andavo allo spettacolo delle 16.30, circa 20 anni, ma dovendoci abbinare un aperitivo era necessario. E, vi dirò, forse pure meglio perché il film mi ha messo una tale ansia che, se fossi andata di sera, non so se avrei preso sonno.

Era un po’ che non vedevo un film che mi incollava alla sedia senza guardare l’orologio.

Era da un po’ che non vi dicevo di aver visto un film che mi è piaciuto: Senza nessuna pietà a me è piaciuto. Davvero.

Ammetto che ci sono andata solo per la mastodontica presenza di Favino, che io adoro. Diciamo che con quella faccia buona, con quelle spalle possenti, con la sua voce cavernosa è il mio ideale di uomo. Bello, bello pure con 20kg di più, e bravo bravo, oserei dire bravissimo.

Il film è lui che nell’arco di poco meno di due ore proferirà si e no 50 parole.

Il film è lui; è la sua prorompente fisicità; sono i suoi occhi da bambino; la sua barba da orso; le sue mani da muratore; la sua indole gentile.

Per tutta la durata della pellicola ho provato una pena infinita per quest’uomo (Domenico detto Mimmo) e lo so che è un film, ma mentre lo guardi mica pensi che Mimmo in realtà non esiste, mica pensi che poi esci dal cinema ed è finito tutto.

E no, non ci pensi, e allora per me il film è riuscito.

E’ riuscito a catturarmi con la ragazza bellissima e volgare, buona e vittima delle circostanze; con la donna delle pulizia cubana, splendida e gentile, disponibile e forse innamorata; con il figlio del boss cattivo, meschino, brutale, maledetto; con l’amico serpente e mafiosetto; con il boss fifone e grande solo grazie alla disperazione degli altri; con una fotografia straordinaria; con una regia appassionata; con un’ambientazione sufficientemente squallida.

E’ riuscito ad attaccarmi alla sedia e non farmi pensare ad altro che a Mimmo e Tania e alla loro favola ed ad un auspicabile (solo per il mio inguaribile romanticismo) lieto fine che poi non so se arriva, cioè io lo so perché il film l’ho visto, voi no perché non l’avete visto e allora andate, guardate e poi me lo raccontate.