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Il bene vince sul male 

Ho visto Il racconto dei racconti che sarebbe la trasposizione cinematografica dei racconti “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile.Bene, ora lo so e ve lo dico perché, se non lo sapete, il film potrebbe diventare un po’ ostico… Diciamo!

Come al mio solito sono arrivata al cinema senza sapere niente del film, a parte che trattavasi di film in costume, che sicuramente era fantastico ma non potevo immaginare quanto!

Parte più o meno tranquillo, con una coppia (re e regina) che non riescono ad avere figli e arriva un bruttone che gli racconta come fare ma che soprattutto gli spiega che per avere una vita bisogna accettare una morte, per mantenere l’equilibrio. 

E cosi c’è la morte, il drago, due gemelli albini, una regina un po’ stronza, legami indissolubili, cattiveria, sangue. Ma il bene vince sul male.

Poi, cambio di scena, non troppo correlato e allora: re e figlia, che il re adora, salvo poi innamorarsi di una pulce che diventa gigantesca e che sarà la condanna della figlia costretta a vivere come la bella e la bestia, solo che qui la bestia oltre ad essere brutta é pure cattiva. Ma poi, dopo mille peripezie, il bene vince sul male.

Poi di nuovo cambio di scena e c’é il re che si fa pure le sampietrine che viene colpito dalla voce di una vecchia e fa di tutto per averla, la vecchia va ma é orribile, lui se ne accorge e la vuole uccidere ma non ci riesce e la vecchia diventa giovane ma un po’ cattiva e tratta male la sorella ma, pure qui, alla fine il bene vince sul male.

E questa è la morale, il legame tra i tre racconti nel castello… Il bene vince sul male.

Ora per raccontarcelo, Garrone usa: una fotografia spettacolare; paesaggi fiabeschi, castelli meravigliosi; protagonisti bellissimi o orribili, ai limiti del vomito; immagini splatter con fiumi di sangue; vecchie rugose, giovani botticelliane… insomma una tale varietà di elementi che ti fa male la testa.

Cosa resta del film?! I colori: il rosso meraviglioso dei tramonti, il verde intenso del bosco; l’ocra delle grotte. Cosa si fa fatica a trovare?! Un nesso tra la pulce, la vecchia, il drago… O forse no perché alla fine Il bene vince sempre sul male e forse solo questo deve rimanere.

Comunque bravo lui, sempre originale, sempre incredibile; sempre inevitabilmente da vedere.

Oh, detto tutto questo resta una domanda: ma Garrone, perché gli hai fatto fa’ quella finaccia agli unici attori italiani presenti nel cast?! Porelli!

Libro nr. 3

Volete sapere perché ci ho messo così tanto a recensirvi il terzo libro?! Semplice, perché non avevo tempo di andare a comprare il quarto e ho traccheggiato all’inverosimile, roba che verso la fine ho letto 5 pagine a sera?! S’è mai visto?! No!

Sono pazza?! Può darsi!

Comunque, ora ho l’Autunno sul comodino e, di conseguenza, ho finito, l’estate del Commissario Ricciardi. Ad oggi, Vi dico, il mio preferito!

Ma quanto mi piace?! Quanto?! Di più e sono contenta di aver trasmesso questo mio entusiasmo a molte persone che conosco che, su mio consiglio, si sono appassionate al Commissario, senza cappello, Ricciardi.

E’ estate, quindi, a Napoli fa caldissimo e Maione combatte con la sua pancia che non si tiene più nella giacca estiva e lo costringe ad indossare la giacca invernale della divisa e a sottoporsi allo stress di un’inutile dieta.

Muore una discutibile contessa, diventata tale per un matrimonio con un nobile allettato, il di cui (?!) figlio la odia. Amante, non nascosta, di un padre di famiglia giornalista e in vista nella città, e non solo di lui. Diciamo un personaggio discutibile. Non troppi i sospettati ma tutti con un movente più che valido tipo la gelosia dell’amante o la rabbia del figlio del conte.

Anche in questo libro, però, scoprire il colpevole è un pretesto.

Ad un certo punto ti scordi quasi della contessa, quasi fino alla fine perché quando tutto sembra ormai risolto la caparbietà di Ricciardi capovolge le carte in tavola e scopri un insospettabile!

Comunque, al centro della scena ci sono: Ricciardi conteso tra due donne (faccetta urlo di Munch!); Maione che, ho già detto, combatte con la sua gelosia e la sua pancia; la prima ingombrante presenza dei fascisti che finalmente fanno capolino, perché sempre in ventennio siamo, ma pare non accorgersene nessuno; c’è un amore clandestino ed omosessuale… insomma tanta carne al fuoco… d’altronde, si sa, d’estate l’amore trionfa!

E poi c’è Enrica, che alla veneranda età di 24 anni non si è ancora sposata!!! La vogliamo sistemare?! E dai, su! E con chi?! Ma con un benestante figlio di papà, tal Sebastiano! Vero, commissario, la chiudiamo così con lei?!

To be continued…

Su e giù

Io sento la necessità di parlarvi dell’orlo dei pantaloni, perché voi non ci pensate ma potrebbe essere un problema. Anzi, lo è.

Dei geniali ragazzi di Bologna si sono scagliati contro il “risvoltino”. Contro quella moda, cioè, che vuole i ragazzi, così come negli anni ’80, con i pantaloni alla “zompa fosso”… e fin qui, ma vanno oltre: perché lo “zompa fosso” si realizza con i risvoltini. Allora questi geni hanno cominciato a girare per le strade di Bologna, con varia fortuna cazziando i ragazzi con tale orrore alle caviglie e, all’occorrenza, rigirandoglieli.

Bravissimi!

Io faccio parte del club “abbasso i risvoltini”. Gli unici ammessi, per me sono per le donne con jeans boy friend, perché non possono essere accorciati, vanno morbidi e ci sta anche col tacco.

A parte tale problema, però, l’orlo dei pantaloni non è facile; o meglio: lo sarebbe fin troppo ma la gente non tutta capisce.

In linea generale, io dico sempre “meglio un cm più lungo che uno più corto” (e non siate maliziosi!).

In particolare, vi elenco 3 tipologie di orlo che detesto:

  • pantaloni a palazzo donna. Se portati con tacco devono essere a filo del pavimento: io la scarpa non la voglio vedere. Quella gamba larga alla fine, a metà tacco, mi manda al manicomio. Se i pantaloni sono troppo corti, mettete delle scarpe basse che, diversamente, siete ridicole;
  • i jeans non vanno MAI accorciati. Vi prego: MAI. Perdono completamente la linea, se sono troppo lunghi desistete, non li comprate. Mettetevi a dieta a cercate di arrivare alla taglia precedente così da avere jeans giusti. Poi, se proprio dovete fare l’orlo, rifatelo fare esattamente com’è, non mi fate vedere pecionate;
  • i pantaloni da uomo, i vestiti da uomo: già vi dissi in precedente post ma sento di dover ribadire la mia assoluta contrarietà al pantalone corto del vestito. Lo detesto, mi fa orrore e così voi che lo portate.

So che in genere mi lancio su 5 tipologie ma me ne sovvengono solo 3 stavolta, accontentatevi!

Burdel!

“E dove vai stavolta?”

“A Marsiglia”

“Ma dai, allora ti devo troppo regalare la trilogia di Jean Claude Izzo che è ambientata lì, vedrai che ti piacerà!”

E così il mio amico mi ha regalato il primo libro della trilogia di Izzo, Casino totale, e… mi è piaciuto assai.

L’ho cominciato a Marsiglia e finito a Roma e devo dire che è andata bene così, nel senso che leggendo ho capito di più ed odiato di meno quella città, la quale non mi ha particolarmente affascinato ma, come dice Izzo, tipo a pagina 3 del libro: “Marsiglia non è una città per turisti. Non è una città da fotografare”.

E’ una città da vivere o la si odia o la si ama, ci si deve schierare. Ed io penso abbia ragione.

Leggendo il libro ho imparato ad apprezzarla di più, l’avessi letto prima forse l’avrei vissuta meglio.

Ma non parliamo di Marsiglia, parliamo del libro anche se non si può parlare dell’uno senza comprendere l’altra perché Marsiglia è in tutte le pagine, in tutti i discorsi. Raramente mi è capitato di leggere un libro in cui l’ambientazione è essa stessa racconto, non si può prescindere da essa.

Comunque, storia di delinquenza, brutta delinquenza.

Il protagonista, Fabio Montale, è un francese di origini italiane che, dopo aver avuto un’adolescenza turbolenta, diventa poliziotto e cerca di combattere quello che inizialmente assecondava.

Nel fare questo si scontra con il suo vecchio mondo, con lo schifo della delinquenza, con la sporcizia della città, con l’orrore della violenza.

In primo piano c’è un giallo da scoprire, un colpevole da trovare ma il racconto è tale per cui ci si infila in talmente tante storie e tanti personaggi che all’inizio si fa un po’ fatica a stargli dietro.

Fabio, però, riesce a sbrogliare le matasse: raccontando, descrivendo, portandoci in ogni angolo di Marsiglia, accompagnandoci tra prostitute e brave ragazzi, tra delinquenti e persone per bene.

Ad un certo punto pensi che non si arriverà mai a trovare il colpevole perché tutto troppo ingarbugliato: chi può fidarsi di chi?! Non si capisce niente e poi, nelle ultime 20 pagine, colpi di scena a gogò. E rimani a bocca aperta e pensi, cazzarola, devo andare a comprare il resto della trilogia anche se è un libro completo che non fa presumere un seguito.

Tra l’altro il burbero poliziotto, con finto cuore d’acciaio, nonostante i morti ammazzati, le violenze sessuali, le botte, i tradimenti, ci regala anche una speranza alla fine del libro perché “il mondo si stava rimettendo in ordine. Le nostre vite. Tutto quello che avevamo perso, sbagliato, dimenticato, trovava finalmente un senso. Con un solo bacio. Quel bacio”…ora ditemi voi, a me che sono l’ultima delle romantiche, come poteva non piacermi questo libro?!?!??!?!?!?

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Moda maschia

Mi hanno chiesto perché non ho scritto un post sulla moda maschile autunno/inverno 2015/2016.

Ci ho pensato un po’ ed ora qualcosa ve la posso dire.

Per voi, e solo per voi, mi sono riempita gli occhi di fusti in passerella.

Che duro lavoro!

Ma, soprattutto, che scempio a volte vederli deturpati da vestiti che manco se esci da un cassonetto di quelli per gli indumenti.

Io capisco lo spettacolo, capisco che bisogna fare spettacolo ma si possono mettere in scena ragazzi, uomini, maschi con maglioni fucsia e capelli a tema come hanno fatto da Slibing oppure muccati o zebrati come da Moschino, ma si sa io quello non lo sopporto.

(Per inciso, riguardo a Moschino, ho scoperto che hanno dato un premio a Jeremy Scott … a Losa Angelese… e giuusto e SOLO là… più ci penso e più mi vengono i nervi… ma andiamo avanti!).

Per fortuna a ristabilire le cose ci ha pensato re Giorgio che, a parte i pantaloni corti e con le pences, è sempre il più elegante, fascinoso, perfetto.

Poi D&G con i damascati ma anche gli smoking impeccabili; e Dior con il principe di Galles; Lanvin con le giacche molto lunghe o cortissime; Versace con i suoi maschi impomatati; Bikkemberg che li ha lasciati tutti a torso nudo; e super Gucci, il cui maschio femmineo è stato creato in meno di una settimana dal nuovo direttore creativo Alessandro Michele.

Insomma, si vede di tutto alle sfilate e sempre mi viene da pensare: “ma chi se le deve mettere ‘ste cose?!” poi, per fortuna, interviene il gusto della normalità e, grazie a Dio, sulle strade vedremo, preferendolo, l’uomo animale e non l’uomo animalier!

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Ben…

Pensavo che è più facile scrivere male di un film che bene perché quando ti è piaciuto poche sono le parole.
Se il film è: carino, ben recitato, ben sceneggiato ed ambientato; con attori all’altezza; con una storia divertente e ben costruita; con una musica divina ma che cosa gli vuoi dire di più?!
E niente, forse questo!
Il nome del figlio è proprio questo.
Davvero un film carino, ben fatto, da vedere.
Cena tra amici, cognati, parenti.
Cena in una casa di radical chic comunisti: piena zeppa di libri in un quartiere di Roma in rivalutazione (sono certa che si tratti del Pigneto).
5 persone: fratello e sorella con i rispettivi coniugi e l’amico di sempre.
La cena parte da un gioco che si trasforma in una serie di litigate e confronti: cose non dette che, finalmente, si dicono; segreti svelati; problemi da risolvere; frustrazioni confessate.
Il tutto tra una zuppa di cavolo ed una crostata. Il tutto tra una presa di posizione e l’altra; tra un attacco ed una difesa; tra un tweet e una telefonata; tra un esercizio di ginnastica e un video rubato.
Loro tutti bravi, tutti affiatati, tutti complici, tutti intonati come nella perfetta canzone di Lucio Dalla abbinata al film.
Quanta nostalgia, quanta perfezione in un solo testo con il parallelo di loro ragazzi che cantavano anni prima la stessa canzone.
Ed è bello pensare che, come nella canzone, se telefoni tra 20 anni sempre lì li trovi, tutti e 5 con le loro debolezze, le cose non dette, i segreti ma sempre inevitabilmente insieme.
Bello.

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HoC

Vi devo per forza parlare di House of cards.

Lo so, lo so, arrivo tardi ma arrivo.

Embè, che dire? Io mi sono innamorata.

Io voglio un uomo come Francis (Frank) al mio fianco.

Io voglio essere Claire.

Come?! Lui è un assassino, arrivista, senza scrupoli, narcisista?! E va bè, ma è un uomo con la U maiuscola; uno che veramente non deve chiedere mai; uno di quelli che scenderebbe dalla macchina per accompagnarti alla porta; che non ti offrirebbe la cena ma il ristorante; uno di quelli con una sicurezza che ti farebbe dire “sì, tutto quello che vuoi tu, Francis!”.

Me ne sono innamorata tipo alla prima scena, Kevin Spacey è grandioso, è Dio.

E poi c’è lei. Vogliamo parlare di Claire?! E parliamone: i suoi vestiti, le sue scarpe, il suo taglio di capelli, la sua naturale eleganza e bellezza; il piglio deciso nell’assecondare, contrastare e pilotare il marito; l’assoluta fedeltà allo scopo.

Non lo so, vogliamo parlare di tutto questo?! E parliamone perché io sono prontissima.

Sono appena uscita da una full immersion delle due serie e consiglio, a chi ancora avesse questa carenza, di colmarla perché davvero ne vale la pena.

Intrighi, potere, soldi, politica, voti, Casa Bianca, Presidenti, Congresso, vice-presidente, lobbisti, sesso no va bè, chi più ne ha più ne metta!

C’è tutto in questa serie SPET- TA- CO- LA-RE!!!!

Io lo sapevo che finiva così, io non mi ci devo mettere a vedere le serie televisive perché poi arriva la bulimia, devo finirle subito, devo fare nottata e quando finiscono ne voglio ancora e ancora.

Mo’ chi ci arriva al 27 febbraio quando inizierà la terza serie?!

Come potrò distrarmi?!

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin: “Pronto, come dici?! Stasera gruppo che suona in quel locale; e domani cena, e dopo domani festa?! E andiamo, tanto fino al 27 febbraio sono libera!”.

E va bè, magari qualcosa da fare nel frattempo la trovo..

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La matta è servita

Una delle cose che mi piace di più delle ferie è avere tempo per fare delle cose; e tra le varie cose che si possono fare avendo tempo, c’è sicuramente quella di andare al cinema.
Ben due volte in una settimana è un record che non è detto che non supererò, andandoci pure stasera.
Comunque oggi vi dico del film che ho visto ieri: L’amore bugiardo.
Una super americanata, ma devo dire: fico, a me è piaciuto.
Lo gnoccolone Ben Affleck (perché sì, sarà pure Bambacione amicano, ma che gli vuoi dire?! È gnocco! Certo, con la barba sta meglio ma pure così non scherza!) si sposa con una che definire matta è poco.
Lei sparisce, lui viene accusato di qualsiasi cosa ma piano piano si scoprono gli altarini.
Non vi posso dire molto altro sennó vi rovino la visione perché è un giallo, pieno di colpi di scena. Insomma, qualsiasi cosa dica in più, già ho detto troppo, vi rovinerei la sorpresa.
Mi ha ricordato, come quantità di colpi di scena, il libro: La verità sul caso Henry Quebert che non fai in tempo a dire “ohhhh” che subito devi dire “ohhhhhhhhh”!
A parte il succo della storia, il regista è riuscito ad infilare pure l’attacco, più o meno velato, ai media che creano mostri con niente e li assolvono con altrettanta facilità, giocando con la vita della gente.
Un paio di Barbara D’Urso locali, infatti, portano il povero gnoccolone Ben dalla pena di morte al paradiso in un paio di trasmissioni.
Certo è lungo, decisamente lungo, ma ben costruito.
Era tanto che non mi piaceva “un’americanata”, quindi ero un po’ scettica, ma tutto sommato non sono rimasta delusa, anzi!
Ti lascia un po’ con l’amaro in bocca la fine ma l’happy end non si sarebbe abbinato con la storia, quindi tutto sommato meglio così.
Comunque, meno male che è un film perché diversamente si comincerebbe a dubitare pure dell’acqua perché “siamo sicuri che è bagnata?!”.

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Al posto tuo!

“Allora ci vediamo alle 17.30 fuori dal cinema; il film di Allen comincia alle 17.55”

“Scusa Nu’, sto qui fuori e quello di Allen comincia alle 18.55”
“Ma come?! Aspe’ che arrivo!
Tardi le 18.55, dopo ho un altro impegno. Che altro fanno?!”
“Bè, alle 17.40 fanno Viviane
“Che è?!”
“Non so”
“Va bè, dai vediamo questo!”
E fu così che videro la corazzata Potemky ebraica.
2 ore fitte fitte di film, senza intervallo, girato in una stanza di un tribunale con una moglie (Viviane) che chiede disperatamente al marito, che non glielo vuole concedere, il divorzio.
Il tribunale, però, non è normale ma composto da 3 rabbini!
E così scopri (anche se non so se è proprio così, perché non me ne tiene di andarmelo a cercare su internet!) che per poter divorziare gli ebrei devono fare questa richiesta ai rabbini, con tanto di Avv.ti. Immagino sia un po’ come la Sacra Rota per i cattolici.
Il film è claustrofobico ma non del tutto noioso, sebbene incentrato su moglie e marito con pochi altri personaggi. A tratti addirittura divertente con i testimoni, che devono convincere i rabbini a parteggiare per la moglie, che vuole essere libera, o per il marito, che non vuole cedere.
Lei abbastanza brava, regala un monologo degno di nota dettato dall’esasperazione dei 5 anni di attesa per vedersi firmare questo pezzo di carta dal marito.
In sala eravamo una ventina, età media villa Arzilla e tra questi una coppia di signore che commentavano ad alta voce manco stessero sul divano di casa loro, le vincitrici del pomeriggio.
La morale della storia?!
Intanto pure gli ebrei non stanno messi tanto bene in tema di rapporto uomo/donna, emblematico il rabbino che si rivolge alla moglie dicendo “stai al posto tuo, donna!” E vabbè!
Poi, quando si va al cinema, si devono leggere bene gli orari e, soprattutto, almeno uno straccio di trama per evitare di incorrere in madornali errori.
Questo è!

Doniamoci (donna)

Il Natale è alle porte e so che la domanda più frequente in questo periodo è ” cosa regalo a…?”.

La mia difficoltà nel fare i regali nasce quando non ho voglia di farli perché quando ne ho voglia le idee vengono da loro. Senza sforzo.

Oggi parliamo di donne e vi segnalo, nei soliti 5 punti, quello che secondo me può piacere e quello che può non piacere.

  • Borsa: sempre gradita. Sempre. Sapete già come la penso al riguardo. Quando dico “borsa” intendo “borsa” non simil tale. Evitate tutte quelle sotto marche tipo: Carpisa, o cose simili, che non conosco e non voglio conoscere. Visto che è Natale due € in più potete spenderli e ricordo che mai come in questo caso “chi più spende meno spende!”. Per i nomi da inseguire rimando al post “D, E, F..:”, vi aggiungo, per esempio, a prezzi più bassi: la shopper di Michael Kors, che va di modissima e Twin set con la sua Cecile, che personalmente adoro;
  • Profumi: il profumo è una cosa davvero personale ed a meno che non conosciate che profumo usi la ricevente evitate di farle sperimentare nuove fragranze perché quasi mai ci azzeccherete. Quindi, sì alle confezioni profumo più crema solo sapete per certo la marca usata, assolutamente no se non lo sapete e pensate “potrebbe piacerle” perché quasi sempre sbaglierete e vi troverete a buttare fior di €;
  • Tiffany: perché qua non parliamo di gioielli, parliamo di quella meravigliosa scatolina che qualunque cosa contenga renderà felice chi la riceve. Certo se il regalo viene da un fidanzato è meglio ma evitatelo se non volete creare false aspettative.
  • Benessere: questo quasi sempre gradito. Un massaggio, un week end fuori, qualunque cosa che aiuti a rilassare: compratelo! Potreste incorrere il rischio, per alcune come me, che non amano troppo farsi massaggiare da estranei ma mi sento di dirvi che si tratta di rischio piuttosto residuale;
  • Abbigliamento: io sono tendenzialmente contraria perché anche qui è troppo complicato: la taglia, il gusto, troppo complicato. Magari meglio buttarsi su un accessorio: un cappello, una sciarpa, un paio di guanti particolarmente belli e che la destinataria non ha avuto la possibilità di comprare. Molto meglio questo di un maglione, vestito, gonna che rischierete di destinare alla Caritas. In più, subito dopo Natale partono i saldi, perché buttare soldi?! Stesso discorso per le scarpe per le quali, tra l’altro, se proprio non potete farne a meno, per il principio “non è vero ma ci credo” fatevi dare un € simbolico perché regalare le scarpe, porta male.

See you soon per i doni per uomo.

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