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Io solidarizzo

Io sono di Roma e si sa.

Allora è da un po’ di tempo che nel mio quartiere (e mi piacerebbe sapere se capita anche nei vostri) succede che i vigili urbani debbano presenziare le innumerevoli buche che tappezzano le nostre strade.

Ora Roma ha questo problema di essere diventata Beirut dopo i bombardamenti: buche che diventano crateri, che sono enormi o, se piccole, sono profondissime.

Roba che, se stai in motorino, rischi la vita, se stai in macchina, come minimo rischi le ruote.

E vabbè, più o meno ci siamo abituati.

La scena, però, a cui non riesco ad abituarmi è quella della macchina dei vigili piazzata con le quattro frecce davanti alla buca per evitare incidenti.

Dico, secondo voi, è verosimile o stiamo nell’irrealtà?!

L’altra mattina, alle 8, vedo la volante; la sera, alle 20, stavano ancora lì (magari non gli stessi ma altro turno) e allora ho accostato, ho bussato al vetro della volante ed ho espresso la mia solidarietà a questi due poveri disgraziati che stavano svolgendo il loro INGRATISSIMO lavoro.

Ma vi pare una cosa possibile stare chiusi in macchina a guardare una buca per tutto il turno?!

Io penso sia assurdo e gliel’ho voluto dire. Sicuramente, sarebbero stati più utili a fare multe a chi sta in doppia fila o a quelli che passano con gli scooter sul marciapiede e invece no, presenziano le buche.

Poveri loro e poveri noi!

È una follia.

Il bello è che, fatti 100 metri, ce n’era un’altra e poi ancora una. Non è che puoi risolverlo così il problema.

Non voglio entrare nella polemica politica perché  non ne uscirei più; lungi da me, volevo solo:

1) denunciare un fatto;

2) esprimere solidarietà ai vigili;

3) una volta realizzati i punti 1) e 2), rispondere a chi dice: “e mo che gliel’hai detto che cambia?!” e niente, per carità, ma a qualcuno dovevo pur dirlo.

Saluti.

 

Magari domani resto 

Se io so che è uscito un libro di uno scrittore che mi piace non sto tranquilla fino a che non lo acquisto. Quindi, facilmente, l’altra sera quando ho finito l’ultimo, è scattato subito l’acquisto di Magari domani resto di Lorenzo Marone.Io credo di avere un debole per gli scrittori napoletani; un po’ per il tipo di scrittura, un po’, forse, per le ambientazioni, per Napoli stessa che io adoro.

Lorenzo Marone mi conquista sempre con i suoi personaggi e devo dire che è una delle poche piacevoli pause che riesco a prendere dai miei amati noir.

Ho adorato questo libro.

L’ho divorato, letto in 24 ore e sempre con il pensiero a lui quando stavo facendo altro.

Raro che capiti, ma capita e quando capita è bellissimo.

Ho passato le ultime 48 ore con Luce Di Notte (perché Stella Di Notte era troppo banale, a detta del padre!) che vive nei vicoli dei quartieri spagnoli, ha 35 anni e poca fiducia nella vita, che l’ha delusa.

La voglia di fare l’avvocato penalista la coinvolge in una storia che la farà ricredere sulla vita e sugli affetti che fino ad allora l’hanno circondata.

Luce parte cinica, antipatica, scontrosa, una che vuole a tutti i costi mostrarsi per quello che non é; poi prima un cane, poi il vicino anziano, poi un bambino di 8 anni le faranno aprire gli occhi e cambiare idea.

Io vorrei raccontarvi la trama ma, vi assicuro, vi toglierei una gioia e io questo non lo voglio fare, anzi vi voglio regalare la gioia di leggere questo gioiellino.

Più volte, nel leggere il libro, ho sorriso o proprio riso; mi sono arrabbiata; mi sono commossa e non solo alla fine, che è sicuramente liberatoria e che sembra una di quelle scene corali dei film di Ozpetec.

Diverse pagine regalano chicche da sottolineare: la ricerca non proprio dell’amore ma delle “attenzioni”; il fastidio per la parola “soldini” che fa il paio con “puzzette” (chi mi legge conosce la mia avversione per i diminutivi alla Flanders!); il dramma della comunicazione della morte del papà con parole intense, abbracci stretti, lacrime e urla che sembra di sentirle.

Che altro dirvi?!

È un libro bello e delicato, come lo sono tutti i libri di Marone; dolce e divertente; con personaggi precisi e delineati, con stereotipi che svaniscono nello sviluppo della trama; con il mare, Napoli, le graffe e i taralli ‘nzogna; la camorra, la musica, l’Alleria e la Primavera; un libro, insomma, che non potete perdere.

Io vado avanti, voi magari restate a leggerlo.

Buona lettura.

Torto marcio 

Succede che devi partire per lavoro, arrivi all’aeroporto e ti accorgi di non aver preso il Kobo; un attimo di panico poi entri nella prima libreria e compri un libro.Facile.

Ovviamente mi sono interrogata su come sia potuto succedere, semplice:

1) quello che leggevo non mi stava entusiasmando;

2) sapevo di dover fare il viaggio con un collega e di non avere molto tempo per leggere.

L’inconscio ha fatto il resto.

Ho comprato Torto Marcio di Robecchi perché io Carlo Monterossi lo adoro e lo sapete.

Qui, però, per i miei gusti è stato poco presente.

Trattasi di triplice omicidio con un unico segno distintivo: i sassi lasciati sui cadaveri.

La polizia indaga; Carlo, suo malgrado, pure.

Solo che polizia e Carlo prendono due strade diverse pur arrivando, più o meno, allo stesso risultato.

Carlo odia sempre la sua creatura lavorativa ma sta per finire; Oscar ormai è, a tutti gli effetti, un detective; Katrina non si rassegna alla singletudine del sig. Carlo e ne parla con la calamita della Madonna, ma neanche stavolta riuscirà a piazzarlo; il sov. Ghezzi è il vero protagonista stavolta, creando una succursale della stazione di polizia a casa sua con l’aiuto e la connivenza della sig.ra Rosa.

Insomma, i solito personaggi ci sono tutti e si delineano meglio, con incursioni esterne decisamente piacevoli.

Al solito, la scrittura è veloce e pulita; la trama, a tratti scontata, ma non banale, decisamente da leggere.

Io ci ho messo una cifra a finirlo per il mio solito problema dell’affezione ai personaggi, perché tutte le volte che finisce un di questi libri mi sento un po’ orfanella.

Ora ho due possibilità:

1) riprendo in mano il libro iniziato;

2) ne compro un altro.

Penso: la seconda che ho detto.

Leggete bene!

Nuovo Natale in Casa Cupiello

Io: “Amica, che ne dici di un Capodanno a teatro?”

Amica: “Sì, bello. Ora cerco”

Dopo qualche giorno.

Amica: “Ho visto che fanno Natale in casa Cupiello all’Argentina”

Io: “Bè, magari a Capodanno no ma andiamoci un altro giorno”

Amica: “Ok, l’ho preso per il 29 dicembre”

Io: “Ah, perfetto!”.

Arriva il 29, facciamo giro shopping al freddo e al gelo ed alle 20.15 ci presentiamo a teatro. Chiuso. Lo spettacolo era alle 17.

Non buona la prima.

Chiamiamo e ce lo spostano al 3 gennaio, con una piccola penale.

Ci presentiamo il 3 gennaio, l’orario è quello giusto.

Buona la seconda.

Mi dispiace solo perché se lo avessi visto prima questa recensione l’avrei scritta prima e magari qualcuno in più lo avrebbe visto e invece finisce oggi.

Mi dispiace per voi perché questo Natale in casa Cupiello di Antonio Latella è incredibile, spettacolare, inquietante, emozionante, bello.

Vi dico subito che se siete amanti dell’opera classica dovrete affittarvi un dvd perché qui non c’è neanche l’ombra di Edoardo De Filippo nè di Pupella Maggio ma proprio per questo mi è piaciuto infinitamente lo spettacolo.

Loro sono unici ed irripetibili ed il rischio, nel guardare queste opere, è sempre quello di ricercarli. Qui è impossibile.

L’opera si apre, ed è tra tutte la parte che mi è piaciuta di più, con tutti gli attori schierati che raccontano e recitano la sceneggiatura dello spettacolo senza perdere le battute fondamentali e note a tutti.

Poi ci sono: musica assordante, una carrozza, animali di pezza (fatti benissimo peraltro), trans, angeli, suore, Il barbiere di Siviglia, risate, lacrime, animali (veri!), o’ presep’ ma vivente!

Vi dico: una cosa dietro l’altra, un’emozione dietro l’altra.

Partecipato, coinvolgente, travolgente, bello (bis, ve l’ho già detto ma ve lo ridico!).

Prima di iniziare ne preannunciano la durata: 2h e 50 minuti e pensi: “Maronna!” (per rimanere in tema napoletano); finisci e pensi: “è già finito?!”.

Mi spiace per chi non ha fatto in tempo a vederlo, vi invito a monitorare il sig. Latella che decisamente merita.

Un’unica annotazione: gli animali vivi, ma in scena mangiano, mi sono consolata così che sia stato meno traumatico per loro.

Il teatro è vivo, viva il teatro!

L’onda nr. 7

Domenica pubblico la foto su un gruppo Facebook del libro che avevo appena finito di leggere, Ti ho mai parlato del vento del nord, con tanto di recensione e ho scatenato un mare di commenti tutti del tenore “e ora devi leggere l’altro”.

Come già sapete, la mia amica illuminata mi aveva regalato anche l’altro libro così, prontamente, ho iniziato La settima onda, seguito del precedente.

Allora, se avete intenzione di comprare il primo, comprateli subito entrambi altrimenti impazzite e poi ve la prendete con me, quindi non voglio sentire che io non vi avevo detto niente, eh!

La lettura mi ha richiesto un po’ più delle poche ore previste perché, come potete immaginare, la settimana prima di Natale è tutta un’uscita perché se non ci si vede per gli auguri poi scadono.

Comunque, iniziato e finito anche La settima onda e ora Emmi e Leo mi mancheranno. Già mi mancano. Ieri sera non ho voluto leggere niente altro, per rimanere un altro po’ con loro.

Sapete già, avendo letto la mia precedente recensione, che trattasi di due sconosciuti che si incrociano per una mail sbagliata e da lì nasce qualcosa e poi qualcos’altro ma non vi ho detto, né vi voglio dire, di più perché sennò vi rovino la sorpresa.

Su questo specifico libro, vi posso però raccontare che mi è piaciuto meno del primo, che lo avrei tagliato almeno di 50 pagine; che a tratti lo volevo buttare dalla finestra perché: ma dai, svegliatevi, non potete essere così rincoglioniti!

Però scorre, scorre veloce ed è piacevole.

State lì e pensate “Ah, l’amore!”… ammazza quanto è complicato certe volte.

Aggiungo anche che Emmi che mi stava francamente antipatica nell’altro libro mi ha stupito in questo ed ha dimostrato che, se ci si mettono, le donne hanno sempre quella marcia in più che aiuta il mondo.

Bene, per il Natale avete di che leggere.

Io cerco altro.

Buona lettura.

 

Semplice come il Pane

Avete presente quando fate un lungo viaggio ed è tutto bello: le persone, i paesaggi, le cose.

Poi, però, tornate a casa e vi sentite felici, protetti, accolti.

Ecco, per me leggere De Giovanni è così: vuol dire tornare a casa.

Semplice, come il Pane che è appunto il suo ultimo libro, uscito il 29 novembre.

E direte: e quanto c’hai messo a leggerlo?!

E quanto ci ho messo: il tempo che ci vuole per non farlo finire subito. Anzi, avrei voluto metterci anche di più ma poi Maurizio mi cattura e non mi lascia andare.

Com’è il libro?! È l’ultimo della serie del commissariato di quelli sgangherati (Bastardi per la precisione) di Pizzofalcone con il Cinese, Calamity, il Presidente, la Mammina, Hulk ed il mitico Serpico.

Muore un panettiere che viveva per la creazione di quello che, apparentemente,  è il cibo più semplice del mondo, sicuramente il più buono: il pane.

E insieme alla ricerca dell’assassino si cerca anche uno stalker. E qui, ve lo dico, morirete dalla risate alle battute di Serpico scioccato dalla bruttezza della coppia stalkerata (se poi si usa, ma io la uso uguale perché ci sta!).

Il giallo, come al solito, c’é, così come il colpo di scena finale anche se poi il vero colpo di scena non è rappresentato dall’assassino ma da una storia personale di uno/a dei bastardi che vi provocherà un sentito: “noooo, ma che davero (con una V sola come si dice a Roma)?!”… Ancora non ci posso pensare, ma notate la mia bontà: insinuo ma non dico, so’ forte!

Sullo sfondo della ricerca dell’assassino e dello stalker ci sono le storie personali di tutti: Calamity va a vivere da sola, per ora, forse; la Mammina si gode un turno di notte; il Presidente scopre ma viene di nuovo ingannato; il Cinese è triste; la Piras fa un po’ la stronza; Hulk, in questo libro, è il mio preferito: dolce, tenero, felice e che osserva la moglie e pensa “Lei piangeva. E sorrideva. Era uno spettacolo”, e lo so, sono una romantica ma questo lo sapete pure voi ormai.

Guardate, starei qui a parlarne per ora ma non dovete leggere me, dovete leggere il libro che si risolve in una domenica che ha diverse sfumature e le scoprirete tutte nell’ultimo capitolo.

Allora, nell’attesa di vedere trasposti sul piccolo schermo a gennaio i Bastardi, leggete il loro ultimo capitolo e, ovviamente, non ve ne pentirete perché De Giovanni è come l’amore “lo riconosci quando lo incontri”, tanto per citarlo, e non ne puoi fare a meno.

Buona lettura a Voi, a me tocca leggere altro. Sigh!

Freddo a Milano

Ecco qui, io vi potrei dire che mi piace Carlo Monterossi, ma non come personaggio di un libro, mi piace proprio come uomo.

Descrizioni fisiche Robecchi non ne fa ,o se le ha fatte nei precedenti libri, ero distratta, certo è che ne descrive il look ed il modo di essere.

Carlo Monterossi, autore televisivo di quella che poteva essere definita la “Milano da bere” veste con giacche destrutturate, maglioncini di cachemire, jeans e sneakers Adidas. E’ sempre pulito e profumato. Non mangia troppo ma beve le cose giuste e poi è, senza ombra di dubbio, un galantuomo. Ecco, questo adoro di lui: come tratta le donne, come tratta gli uomini, come si relaziona al mondo esterno. Lui, bravo e fortunato a fare un lavoro che gli permette a guadagnare molto di più di quello che gli serve e a a seguire casi di cronaca che in qualche modo lo coinvolgono!

Questa volta si trova a risolvere il caso di una escort di alto livello con la quale, in qualche modo, si è interfacciato sempre nel suo modo “delicato” di essere.

Devo essere sincera, ogni tanto nei libri di Robecchi mi perdo rispetto al caso che si sta risolvendo ma i personaggi sono così carini, così delicatamente tratteggiati che è un piacere perdersi a Milano, quando fa freddo, quando c’è vento, quando stare a casa di Carlo sarebbe l’unica cosa da fare.

Quindi: primo omicidio di un venditore di auto; secondo omicidio di una escort di alto livello; collegamenti; indagini parallele tra la “squadra” di Carlo e quella della polizia; soluzioni; tesori, ritrovamenti, freddo, Milano. Tutto questo e molto altro c’è in Di rabbia e di vento. E poi c’è Carlo,  bravo e (immagino) bello ma non da copertina, affascinante.

Vabbè, ora mi devo innamorare di un altro protagonista.

Voi leggete, io cerco. Saluti.

 

La via del non ci siamo

La Rowling nei ringraziamenti del libro scrive di non essersi mai divertita tanto a scrivere un libro, sebbene si tratti di omicidi e amputazioni.Io vi devo dire che lei si sarà pure divertita a scriverlo ma io non altrettanto a leggerlo.

Diciamo che da inguaribile romantica quale sono, la parte che mi è piaciuta di più sono le ultime pagine dell’ultimo capitolo.

Per il resto, trovo che questo sia il meno riuscito dei tre libri che vedono come protagonista Cormoran Strike e la sua Robin.

Il libro è La via del male.

Intanto se per leggere un libro giallo come questo ci si mette più di una settimana vuol dire che non ti sta prendendo come dovrebbe.

Poi vi posso dire che l’ho trovato macchinoso nella trama e fastidioso nell’intreccio: troppa sfiga; troppo orrore; troppa fantasia.

Loro due sono carini ma pure qui: e parlatevi, cavolo.

Insomma, non vi posso raccontare la trama (al solito omicidi ma stavolta con amputazioni annesse!); non vi posso raccontare l’intreccio tra loro perché vi toglierei parte del divertimento: lei si sposa o non si sposa; non mi sento di consigliarvelo, anche se poi mi rendo conto che se avete letto i primi due sarete portati a farlo e fate bene alla fine.

Ora ci ha lasciato appesi la Rowling e va a sapere quando scioglieremo ‘sta prognosi!

Stata tuned…

Chi è costei?! 

Personalmente non mi è mai interessato chi fosse Elena Ferrante.Non ho mai pensato che fosse una di quelle notizie che mi potessero cambiare la vita, l’anno, il mese, la giornata.

Personalmente ho sempre ritenuto che la Ferrante fosse solo una brava, bravissima scrittrice che mi ha allietato molte ore. 

Uomo o donna, giovane o vecchia, non ho mai pensato che potesse influire sul suo modo di scrivere che è bello, bellissimo.

La sua quadrilogia, prima un po’ lenta, poi travolgente mi ha stregato ed ora che ne conosco il vero nome e cognome non cambia una virgola di quello che ho provato leggendo.

Se è possibile mi aiuta solo ad amarla di più perché solidarizzo con lei e con la sua voglia di non volere “rotture di palle”. 

Un certo tipo di giornalismo non arrivo a capirlo. Questo sciacallaggio sulla ricerca del nome, dei conti corrente, non mi può interessare.

E questo perché uomo, donna, bambino la Ferrante rimarrà sempre quella che mi ha tenuto incollata con la bava ai suoi libri; che mi ha emozionato per la sua scrittura pulita, per il suo mondo di amicizia; che ha permesso alla mia migliore amica, dopo anni, di riappassionarsi ad una lettura ed allora scusate ma glielo voglio dire:

 “Elena, chiunque tu sia, per me rimarrai sempre Elena, colei che mi ha regalato infinite emozioni. Grazie!”.

That’s it!

Io non ti odio mai

Era un po’ che non andavo al cinema e ho ricominciato vedendo un film bellissimo. Uno di quei film che finisce, torni a casa e ci ripensi perché ti dá un pugno nello stomaco che non puoi dimenticare così. 

Il film è La vita possibile di Ivano (e non Ivan come lo avevo ribattezzato) De Matteo.

Trattasi di bellissimo film.

Storia di violenza sulle donne. Moglie e mamma picchiata dal marito. Denuncia. Si scappa dalla propria città per andare a vivere dall’altra parte dell’Italia. 

Da chi si va in questi casi?! Da chi ti può accogliere e qui c’è la fortuna di avere una scapestrata (e perfetta) Golino che ti apre la sua casa a Torino. 

Ora, però, dimenticate la coraggiosa donna che ha subito violenza e decide di scappare e mettetevi nei panni del tredicenne di lei figlio che, pur comprendendo e accettando la scelta della mamma, si trova a dover abbandonare il suo tutto di adolescente per piombare in un niente siderale.

Ti annienta. 

Il protagonista tredicenne ti sconvolge per la bravura; ti emoziona per la verità che ti sbatte davanti; ti intenerisce fino alle lacrime per la dolcezza.

Con lui vivi il dramma della situazione, attraverso i suoi enormi occhi azzurri ti rendi conto di quanto riesca ad essere ingiusta la vita; e poi emozionante per la prima cotta; e poi triste per la delusione; e poi assurda per la solitudine; e poi meravigliosa per la rinascita.

Io non so, mi è piaciuto tutto: la Golino, la Buy, il bambino (che si chiama Andrea Pittorino e che è straordinario), Torino, la musica.

Mi è piaciuto tutto. 

Mi sono fatta un sacco di pianti ma la speranza c’è. E va sempre coltivata.

Di storie così purtroppo ce ne sono tante ma di registi che le sanno raccontare così bene purtroppo pochi. 

Bravo Ivano (detto Ivan)!

Buona visione a tutti.