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La Dea Merini diceva "chi tace spaventa" e, infatti, io non taccio mai! Sono di tutto un po' e un po' di tutto come il blog: curiosa, tendenzialmente felice, lunatica e con una gran voglia di fare cose, che la vita è una sola e non va sprecata. Il bicchiere è sempre mezzo pieno, anche perchè la parte vuota me la sono bevuta. Vegetariana e canara convinta: voi pellicce, non mi avrete mai! Nella vita avrei voluto fare la scrittrice, la personal shopper, l'organizzatrice di eventi, non faccio niente di tutto questo ma non sputo mai nel piatto dove mangio anzi, me lo lecco con gusto. Scrivo principalmente per far sapere quello che penso non per ottenere risposte, anche se pure quelle non mancano mai.

Si sta come 

Ma io tutto sommato pensavo di rivalutare l’autunno.
Sì, pensavo che non è carino proprio demonizzarlo perché, in fondo in fondo, potrebbe avere anche il suo lato positivo.

Se arrivi dopo l’estate parti senz’altro svantaggiato ma non bisogna esagerare perché un suo perché lo potremmo anche ritrovare.

Questa considerazione mi è venuta fuori sabato ma dopo aver fatto, senza dire niente a nessuno, senza scocciare il prossimo mio, il cambio di stagione.

Perché quello è in assoluto la cosa che mi fa odiare, più del resto, l’autunno.

Comunque, l’ho fatto: mi sono messa lì, sono scesa in cantina, ho tirato fuori gli 8 scatoloni; me li sono caricati per 2 rampe di scale; ho svuotato l’armadio, l’ho riempito di nuovo ed ho svuotato e riempito gli scatoloni; sono scesa e li ho riposti, rifacendomi le due rampe di scale; poi ho preso le scarpe (non so quantificare le scatole) e di nuovo su e giù.

Tutto molto bello. E dopo aver compiuto ‘sto massacro, mi sono guardata intorno ed ho visto il mondo intorno a me con altri occhi, più rilassati ed ho pensato che quel giallo ai piedi degli alberi non era poi così malaccio.

No, no.

Sicuramente i colori autunnali sono bellissimi: un po’ malinconici ma bellissimi. Giallo e verde predominanti e devo dire che li considero belli in sé e belli abbinati.

Poi c’è quell’odore di legna bruciata ogni tanto per le strade e quella piacevole sensazione di calduccio quando ti infili sotto le coperte e poi le castagne e la zucca e le zuppe e le sagre e le sciarpe e le giacchette in ecopelle.

Dai, non è così male.

Certo, poi c’è pure l’ora legale o solare (inutile essere precisi perché tanto quando ho smesso di scrivere già me lo sono scordato!) e un’ora di luce in meno, per me che non mi sveglio all’alba, e però c’è il cioccolatino la sera per coccolarsi o la tisana del salutista o tutti e due per chi è un po’ e un po’.

E poi pare che New York sia bellissima in autunno ma pure Roma non scherza, vabbè ma Roma è sempre bella.

Vi basta tutto questo?! Vorrei fare di più per consolarvi ma non mi viene altro e comunque mi sembra già abbastanza, state sempre a lamentarvi, proprio come “d’autunno, sugli alberi, le foglie”.

Ma che ne sanno?! 

Si parla sempre di universo maschile e universo femminile: gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere insomma, tutte quelle minchiate che io sinceramente non condivido!
Comunque, riflettevo su questo e su quanto ci sia una cosa, tra le altre, che proprio gli uomini non potranno mai capire delle donne ed è: il dolore dei piedi dopo aver portato per un’intera giornata le scarpe coi tacchi.

Non lo capiranno mai, perché non si può capire.

E’ una cosa che solo chi la prova la conosce.

La scena è sempre la stessa: un paio di scarpe abbandonate sullo scaffale di un negozio. Stanno lì, sole sole:; è l’ultimo paio, l’ultimo numero ed è il tuo: sono bellissime, con tacco magari, con punta o senza, proprio di quella sfumatura di colore che tu non hai. E allora: LE COMPRI!

Ora, considerato che sono state abbandonate per tanto tempo su quello scaffale, non puoi fare altro che riportarle a casa e non farle sentire sole. E, per non farle sentire sole, le devi rendere protagoniste della tua vita: SUBITO!

Quindi, se esci la sera le indossi all’istante; se non esci le indossi la mattina dopo, magari soprattutto se ti devi vestire la mattina e sai che avrai aperitivo o cena e devi fare tutta una tirata.

Ed è così che voi e loro vivete questa fantastica giornata insieme: sui tacchi, con la punta, magari senza calze (perché indossare i tacchi senza calze rimane il top per me).

Va tutto bene: la mattina passa tranquilla; a pranzo cominci ad accusare; alle 17 le vorresti togliere; alle 19 cominci a sudare freddo; alle 22 ti parte il mal di testa da perforamento che lo conosce solo chi lo prova.

E cominci a non pensare ad altro e cominci a concentrarti sul fatto che l’unica cosa che vuoi nella vita è liberarti da quell’incubo, é TOGLIERLE!

E invece, loro maschietti sono lì tranquilli che hanno passato tutta la giornata nelle loro morbide duilio o nei loro ciabattosi mocassini e poi la sera si presentano con le sneakers! Maledetti!

Vale lo stesso durante le cerimonie, quando il tacco è ancora più alto, il vestito ancora più scomodo e loro uomini, pinguini, stanno lì impomatati con la loro cravattina e le loro Church’s e non ce n’è… ma vuoi mettere?! Ma che ti può succedere?! Che ti stringano i lacci? Non c’è niente che sia paragonabile all’agonia del tacco.

Oppure la sera a ballare: per essere un minimo figa, ok il jeans ma almeno mettiamoci il tacco ed è così che al decimo pezzo in pista ti scendono le lacrime perché non ce la fai più e non sai se è meglio stare seduta per non alzarsi più o insistere a pigiare i piedi a terra per cercare di dimenticare il dolore. E quelli ti guardano e si dimemano, tanto che gliene frega a loro, che tipo di dolore ti può dare un anfibio, per dire?!

Certo, belle sono belle e l’uomo non avrà mai il piacere di indossarle (a meno che non abbia propensioni particolari ma quella è un’altra storia!) ma la morsa che ti stringe quando invece del piede ti cominciano a comprimere la testa solo chi lo prova lo può conoscere.

Dice “e allora non comprarle?!” e pure tu hai ragione: ma se mi guardano da quello scaffale, tutte sole, abbandonate, io non faccio un acquisto, faccio un’opera di bene! E mi tocca pure soffrire, non c’è giustizia a questo mondo!

Ciao Proprio!

C’è stato un periodo, forse un paio di anni fa, che se non avevi letto questo libro eri guardato come un reietto.

Proprio per la serie “come?! Ma non hai letto Arrivederci, amore ciao?! E che campi a fare!”.E vabbè, per una serie di cose ci ho messo un po’ ma poi finalmente l’ho comprato. E dopo mesi che stava sul kobo l’ho finalmente cominciato e finito. 

E lo sapete che vi dico?! Ma io vivevo benissimo pure senza averlo letto.

Ma vi dirò, nessun valore aggiunto al mio leggere.

Mi è sembrata una storia trita e ritrita: uno pseudo terrorista, assassino, delinquente, che scappa in centro America, dove diventa assassino, poi torna e va in galera, poi esce e siributta nella mala vita perché il suo ideale è “fare soldi”. Fa una rapina, soldi ne arriva ad avere molti; si apre un ristorante, viene riabilitato, fa un altro paio di omicidi sparsi ma se la cava e puff, fine della storia.

Questo è.

Il tutto scritto, per carità, in maniera scorrevole. Non c’è che dire. Fluida.

Ma davvero niente di eccezionale.

Il titolo del libro poi lo capisci praticamente in un’appendice verso la fine e pure abbastanza irrilevante come storia nella storia.

Non so che altro dirvi, riterrei che se non lo leggete è la stessa cosa, manco mi ha suscitato più di tanto fastidio da stroncarlo.

Direi piuttosto che tra leggerlo e non leggerlo andate in pari.

Abbasso Giacomina! 

Chi è Giacomina?

Bè, Giacomina sono io, sei tu, è la mia amica, è il mio amico, è il mio parente prossimo,

Giacomina è chiunque perché c’è una Giacomina/Giacomino in ognuno di noi.

E chi è costei o costui?! Bè, Giacomina è Giacomo Leopardi: quella parte pessimista di noi che compare quando meno te lo aspetti.

Sta lì buono buono, non dà fastidio a nessuno fino a quando: zac, esce fuori.

Ma mannaggia a lei (scusate, qui ne parlo al femminile perché sono abituata ad individuare le Giacomine nelle mie amiche!).

Quando meno te lo aspetti, eccola che fa capoccetta.

In genere, si manifesta quando ti piace una persona (perché ve lo dico a 15 come a 40 anni le dinamiche non cambiano!); insomma, ti piace questo o ne sei innamorata, ci esci, va pure bene e poi subito dopo zitta zitta, insalutata ospite (come direbbe mia mamma), ti si siede sul letto Giacomina. Si mette lì e comincia a parlarti all’orecchio e ti dice “guarda, che non lo so che se è stato bene, sa?!”; “guarda che hai fatto tutto tu, non te li fare i film!”; “ma che sei matta?! Gli vuoi scrivere?! E perché gli devi rompere le palle a questo mo’?!”.

Una goccia cinese, un martello pneumatico che si mette a trapanare la vostra sicurezza e fa un solco profondo e la sicurezza diventa insicurezza e le certezze se ne vanno a farsi benedire.

Abbattetela. Uccidete Giacomina, è cattiva e invidiosa e soprattutto PESSIMISTA. Fatela fuori.

Io non lo so com’è andata l’uscita, io non lo so lui com’è stato ma senz’altro non lo sa manco Giacomina; il 99% del suo pessimismo è fuffa. Non serve, è inutile!

Io ne sono matematicamente certa.

Io la odio Giacomina.

Lo sapete voi com’è andata e se penserete come Giacomina non vi godrete mai le sensazioni che le belle serate, le storie, i momenti vi possono lasciare.

Se avete voglia di scrivere: SCRIVETE; se avete voglia di telefonare: TELEFONATE; se avete voglia di mandare un segnale di fumo: MANDATELO!

A volte la paura blocca, il pessimismo frena ma perché?! E se ci fosse un Giacomino pure dall’altra parte?! Il mondo si fermerebbe.

Allora, io dico: le cose ditele e ditele per voi; fatele e fatele per voi. E non fatele per ottenere risposte ma per liberarvi; per manifestare un sentimento, una sensazione.

Sono sicura che vi sentirete meglio, tanto poi si capisce come vanno le cose. Almeno ci avete provato e tentar non nuoce. 

Chiaro?! Ecco, fidatevi!

Bene.

Ripetete con me: ABBASSO GIACOMINA… la vostra perché la mia, vi dirò, sa essere pure spiritosa in alcune circostanze,

Sembra poco ma non è

Oggi pensavo che non bisogna sottovalutare quelle che sembrano piccole cose ma che in realtà non lo sono.

Oggi pensavo agli abbracci.

A quanto uno pensi “e vabbè, che è?! Un abbraccio!”.

Ma non scherziamo con i sentimenti, per cortesia.

Un abbraccio può essere più di un bacio, più di una notte d’amore; un abbraccio può essere come l’acqua per il cioccolato (che è uno dei miei film preferiti e solo chi l’ha visto può capire!).

Comunque, volete che vi faccia qualche esempio?! Volete che ve ne descriva qualcuno e vedete se vi ci ritrovate?! Volete un elenco per capire quanti tipi ce ne sono e come possono lasciarci?!

Procedo.

Ti riempie di lacrime di gioia quell’abbraccio dato sul lettino di una sala di ospedale quando chiudi il cerchio di una terapia un po’ lunga e che dice, per tutta la stretta: “Amica, ce l’abbiamo fatta!”.

Ti fa schifo quello di circostanza: dato con freddezza, magari con la mano dietro che fa le pacchette, avete presente?! Bleh, ma che lo date a fare?!

Ti fa bene al cuore l’abbraccio di mamma, papà, sorella, fratello, amica, parente prossimo quando ti senti uno schifo e senti che ti arriva quell’ondata di “andrà tutto bene” che ti fa stare subito meglio.

Ti entusiasma l’abbraccio a seguito di un successo.

Ti consola quello ricevuto dopo un insuccesso.

Ti strega quello energico di persone carismatiche.

Ti stimola quello di chi ti piace.

Ti premia quello di gratitudine.

Ti fa inorridire quello dei falsi come Giuda.

Ti intenerisce quello dei bambini.

Ti dá coraggio quello dato prima di una cosa che ti fa paura.

E poi…

… ti lascia senza fiato quell’abbraccio sull’uscio di casa dato ad una persona che non vedi da sei mesi e con la quale hai “chiuso un po’ così”. Ti lascia senza fiato, ti colpisce allo stomaco, ti spacca il cuore, ti dà quella sensazione di benessere, di tranquillità, di pace, di amore, di felicità, che solo ritrovare una persona che ami può darti.

 

Blogger we want you

Scena: a cena da una mia amica con altre amiche.

Una di loro mi dice: “Sai sto al libro nr. 6 di De Giovanni, come da te consigliato sul blog”;

un’altra mi fa: “Dopo aver letto di FrùFru abbiamo fatto un ordine collettivo di Clarisonic online”;

un’altra ancora: “Senti ma quest’anno le borchie vanno o non vanno più e che ne pensi delle ballerine?!”.

A questo punto mi si dice: “ma perché non partecipi al concorso “Blogger we want you” di Grazia.it per avere il bollino?!”.

Ehhhhh?! Che cosaaa?! E come si fa?!

Ed è così che prima ancora di prendere il caffè, quindi con poca cognizione del mio nome e cognome, stamattina sono approdata sul sito dove leggo il regolamento per poter partecipare.

Ok.

Subito l’intoppo: decidere a quale categoria appartenere perché qui, lo dice lo stesso sotto pancia del blog, si parla “di tutto un po’ e un po’ di tutto”.

Quindi, non è facile ma ci provo.

Adoro i libri, e si percepisce dalla quantità di recensioni postate e soprattutto adoro consigliarli. Se solo lo 0.99% di chi mi legge ne ha comprato uno perché da me consigliato, mi sento una persona felice (e lo so mi ci vuole poco); idem con patate (ma al forno, che fritte fanno male) per il cinema, anche se ultimamente sono poco diligente. E lo so, recupererò è che, ragazzi, in 6 mesi mi sono successe tante di quelle cose che lo potrei girare io un film… ma questa è un’altra storia… andiamo avanti.

La mia passione smodata per la moda la conoscono pure i sampietrini. La rubrica, sempre attiva qui sopra e che ricordo ai più distratti vadobenecosì, di cui all’omonimo post, non è cosa da lasciar passare in cavalleria. Non dimentichiamoci mai che ogni occasione richiede un suo preciso outfit e che io sono pronta ad alzare la paletta per dire sì o no ma senza la pretesa di giudicare, semmai di aiutare su un legittimo dubbio.

Ancora, qui si parla di sentimenti (i miei per lo più e ultimamente meglio che mi lego le mani con una catena, la chiudo con un lucchetto di cui butto le chiavi per non scrivere quello che mi passa per il cuore); e poi di grammatica, di galateo, di social network; di amicizia; di politica; di uomini e di donne; sicuramente non leggerete di cucina ma per il resto, ragazzi, impossibile catalogarmi… direi che la categoria lifestyle ( così come presente nella sezione di grazia:  http://www.grazia.it/stile-di-vita ) é quella che mi si addice di più.

Bene, e ora?! E ora pensateci voi!!!

http://blogger.grazia.it/blogger?id=1913

Seguitemi.

Fatto e finito 

Tanto per cominciare vi devo dire due cose:
1) mi sta dicendo un gran bene con i libri in questo periodo: ho una serie positiva da fare invidia;

2) il Premio Campiello è un gran bel premio.

Ho appena finito, infatti, L’ultimo arrivato di Marco Balzano.

Che dire?! Premio meritatissimo.

Parla di una storia di emigrazione giovanile, ma più che giovanile, da neonati perché uno che si trasferisce dalla Sicilia a Milano all’età di 9 anni, non è un giovane è un bambino.

E il bambino in questione, Ninetto pelleossa, ti fa tenerezza dalle prime righe.

Studioso, innamorato del suo maestro, è costretto ad emigrare a causa del colpo (immagino sia stato un ictus o un’emorragia cerebrale) che prende alla mamma e che lo costringe e lavorare nei campi con il padre. Padre, più o meno padrone, che lo affida ad un compaesano e lo manda a lavorare al nord ribadisco, all’età di 9 anni.

Scopro, però, nella nota che l’autore inserisce alla fine del libro, che era abbastanza in uso questa pratica, assolutamente impensabile ai giorni nostri dove a 9 anni ci manca poco che non diano ancora la tetta ai bambini, ma questa è un’altra storia.

Andiamo avanti.

Insomma, Ninetto arriva a Milano e qui lavora (dall’addetto alle consegne, poi muratore fino ad approdare, e rimanere, 30 anni all’Alfa Romeo); nel frattempo, a 15 anni, conosce Maddalena e la sposa e con lei rimane tutta una vita.

La storia è raccontata in prima persona da Ninetto con passaggi tra passato e presente e nel presente troviamo Ninetto in carcere e poi nel difficile tentativo di reinserirsi nella vita di tutti i giorni. Si scopre solo alla fine il motivo che l’ha portato in carcere e un po’ te lo aspetti perché te lo fa capire da subito che tipo di soggetto è Ninetto.

Comunque, bello, ben scritto, bello.

Bella la storia, bella la struttura, bello tutto.

Se ti affidi a Ninetto sembra tutto facile, ti scordi in un minuto che stai leggendo di un bimbo di 9 anni per la durezza, la forza, la caparbietà. Forse lui fa un po’ il percorso inverso: diventa bambino da adulto. Cerca coccole e attenzioni quando la gente comincia a non averne più bisogno e così, il solitario Ninetto, comincia a parlare con gli sconosciuti, ad aver voglia dell’affetto di una famiglia e di una figlia e di una nipote.

Ninetto ti conquista piano piano, ti affascina, ti impaurisce, ti stupisce; Ninetto va letto perché con il suo modo semplice di raccontarti la sua vita ti cattura.

Bravi lui e bravi voi a leggerlo!

Wonder Anna 

Non so che dire: l’ho aspettato tanto ed è già finito!Che peccato, che brutta cosa, che disdetta.

Anna di Niccoló Ammaniti.

Sarà che io lo adoro, sarà che è suo uno dei miei libri preferiti, sarà che era tanto che non leggevo qualcosa così fuori dal comune ma Anna non l’ho letto, l’ho divorato e mi sono pure dovuta trattenere… ho anche dovuto rallentare.

Ma come fa?! Ma come gli vengono?!

Un virus, partito chissà poi perché dal Belgio, uccide tutti tranne i bambini.

Il mondo è deserto.

Il mondo, nella fattispecie, si ferma in Sicilia dove vive Anna che, insieme al fratello Astor, cerca di sopravvivere.

Nonostante non ci siano che bambini succede di tutto: la ricerca del cibo; le lotte con i cani e la loro amicizia incondizionata; la speranza di salvezza; il primo amore; la ribellione del fratello; seguire le regole del quaderno della mamma; lottare, sperare, sopravvive, vivere.

E come poterlo fare se non attraverso gli occhi di una preadolescente?!

Peccato che intorno a lei solo distruzione e morte.

Affascinante, intrigante, angosciante questi aggettivi mi vengono in mente per descriverlo perché ci sono così tante cose in questo libro che non va descritto va letto.

Anna è fantastica, non si ferma davanti a niente: nessun dolore, nessuna sofferenza, nessuna paura per una ragazzina di 13 anni che ne ha viste di ogni.

Ammaniti è sempre una garanzia: ambientazioni surreali; descrizioni splatter; idee geniali; ragazzi protagonisti; cani fedeli.

Ammaniti o lo si odia o lo si ama, non può lasciare indifferenti ed io lo amo.

Lo so, sono di parte, ma come si fa a non volergli bene?! Come?!

Uno che ti descrive una vita che “non ci appartiene, ci attraversa”; che dice che “l’amore è mancanza”, perché “sai cos’è solo quando te lo levano”; che rende una ragazzina di 13 anni un’eroina lo puoi solo amare e io lo amo.

Punto. Leggete.

Happyness

Oh, finalmente!

Finalmente ho letto La tentazione di essere felice, che volevo leggere da tanto tempo.

Finalmente mi sono liberata dai gialli che mi hanno accompagnato per tutta l’estate.

Finalmente un libro a dir poco interessante.

Non so perché mi incuriosisse: senz’altro il titolo.

Il concetto di felicità non è mai trattato abbastanza secondo me.

Questo libro è DE – LI – ZIO – SO! Forse una definizione un po’ banale ma così è, questo aggettivo rende l’idea.

Protagonista il napoletano Cesare Annunziata, 77 anni, vecchio e burbero.

Napoli accompagna le sue avventure che poi di fatto avventure non sono. Nel senso che succede tanto ma niente di importante: è il racconto della vita normale di un anziano qualunque, rimasto vedovo con due figli ed un nipote e che vive da solo.

A parte il travolgente incontro con la vicina di casa Emma, non succede molto, diciamo che si sistemano “cose di famiglia”: la figlia con cui litiga a oltranza; il figlio che si decide a confessare al padre una sessualità che non è un segreto per nessuno; lui che si decide a mostrare qualche emozione.

La cosa che più mi ha affascinato di questo libro è il punto di vista del protagonista. A parte che è divertente, tanto divertente ma poi in genere quando i protagonisti dei libri sono gli anziani si parla del loro passato, qui il passato c’è ma a tratti, è il presente che la fa da protagonista con la sua routine, con la sua apparente inutilità per un uomo che ormai ha vissuto più dei due terzi della propria vita.

Non ne sapevo niente del libro, a parte il titolo, e non posso non esserne soddisfatta.

La scrittura è semplice e immediata, senza troppi giri laddove i giri sarebbero fuori luogo data la linearità della storia da raccontare.

Fantastico, perché lo faccio anche io spesso (e chi legge il blog lo sa), l’elenco delle cose che piacciono a Cesare e su tutte “mi piace quando una donna ti dice ti amo con gli occhi” cosa c’è di più romantico?

Alla fine “i vecchi” come Cesare vanno ascoltati, seguiti, amati.

Non ve ne pentirete.

 

 

Fantapolis

Sono passata dalla quasi attuale è complicata politica russa alla fantapolitica del “Fattore M, lo strano caso del rapimento Vendola”.Che dire? Non é facile.

Io penso che sia complicato fare gli scrittori, trovare un’idea ed é per questo che, pur considerandolo il più bel mestiere del mondo, lo faccio fare ad altri.

Detto questo, quando leggi un libro con alla base un’idea tanto assurda da sembrare reale rimani piacevolmente colpito, direi.

Siamo in un anno X, non credo sia stato indicato o se c’é una data mi sono distratta;

Vendola sta per diventare primo ministro e, qualche giorno prima delle elezioni, in quella che non é più una Repubblica ma un Impero con la milizia dove vige il coprifuoco, viene rapito.

E i rapitori non sono neanche tanto teneri.

Indagini, proteste, coprifuochi, attuale primo ministro puttaniere, ex magistrato segnato dalla mafia, lesbiche, drogati, libri cartacei in museo, etc. etc. 

Insomma tanta roba, varia ed eventuale.

Certo seguire un filo non é proprio facilissimo ma la scrittura diretta aiuta.

Nel senso che già la storia é surreale se pure la scrittura lo fosse stata non se ne usciva. 

Invece no, lo scrittore non delude: delinea personaggi; descrive situazioni in maniera dettagliata; forse butta lí qualche personaggio di troppo che ad un certo punto pensi servirà alla storia e magari non serve.

Comunque io, che sono stata fan di Vendola, mentre leggevo pensavo che sarebbe stato bello averlo come primo ministro, salvo poi dover sopportare le sue supercazzole. 

La fantapolitica va bene; si legge che é una bellezza… ma forse trattasi di fantalibro, perché é proprio il libro il protagonista, il fattore M riguarda proprio lui, perché come recita l’undicesima regola di fisica quantistica o metafisica… oddio, liberatemi: Vendola rapito si é impossessato di me e sta partendo la supercazzola.

Compratevi il libro e liberatemi!