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10 cum laude

“Te lo dico, mi sto appassionando a Manzini! Pure questa la saga di un poliziotto!” (come il mio meraviglioso Ricciardi di De Giovanni) e che dovevo fare io?!Corro subito su Wikipedia a scopro qual è il primo della serie e zac: Pista nera.

Comprato, subito.

Letto, subitissimo.

Mare, lettino e in meno di una giornata il libro scorre e se ne va. 

E quanto mi sono divertita? Parecchio! 

Perché il libro è prima di tutto divertente come la figura di questo vicequestore (non Commissario, per carità non vi sbagliate che ci rimane male!) che per punizione viene sbattuto da Roma ad Aosta.

In mezzo ai monti. 

E qui con le sue Clarks va sulla pista nera da sci a scoprire l’omicidio di un emigrante siciliano, insediatosi dalle parti di Aosta per amore.

Smaciullato da un gatto delle nevi sembra impossibile risalire a chi sia e chi l’abbia ucciso ma il nostro Rocco (vicequestore) romano trasteverino, con il Loden e le mani congelate riuscirà ad uscire dalla immensa rottura di coglioni livello 10 cum laude.

La scrittura è scorrevole e veloce; il giallo è forse un po’ scontato ma ben costruito e subito ti affezioni a Rocco.

Simpatico e scontroso, corrotto al punto giusto, sfacciato, misogino ed innamorato di una moglie che pare di capire non ci sia più ma ancora non si scopre come e perché. 

Con lui due poliziotti alla Stanlio e Ollio; altri due giovani e volenterosi; un amico che viene da Roma per traffici non proprio puliti; una donna che prova a fare breccia nel suo cuore.

Ma carino tanto,con alcuni pezzi esilaranti. 

Ora io, manco ve lo sto a dire, devo correre a comprare l’altro libro perché come minimo devo capire che fine ha fatto ‘sta moglie con cui lui continua a parlare nel silenzio della sua triste e già ammobiliata abitazione.

Vado e torno, aspettatemi. 

Tutto va come deve andare! 

Quest’anno ho saputo il 17 marzo che le mie vacanze estive non avrebbero contemplato un viaggio all’estero. 

Ho avuto conferma di questo a fine maggio quando, visto come andavano bene le cose, avevo contemplato la possibilità di allontanarmi.

Ho realizzato a metà giugno che sarei rimasta a Roma, a ferragosto per un eccesso di bontà nei confronti della cana e di mio fratello. 

Ma mai, mai in nessuna delle mie ipotesi c’era il 15 d’agosto a Roma, a casa, da sola con Margie e con il temporale. 

Veramente la vita è imprevedibile, quando pensi di sapere qualcosa quel qualcosa ti sfugge.

Quando pensi che tutto va come deve andare quel tutto se ne va da solo.

É la vita.

É tutto a posto.

É così. 

E facciamole andare dove e come voglio andare le cose mentre io mi organizzo e vado al mare ancora per un po’. 

E il viaggio all’estero può aspettare e la cana mi vorrà sempre più bene e il temporale é passato e tutto andrà come deve andare tanto inutile opporsi… Ci sono cose più importanti che prendersela per un ferragosto, a casa, da sola con Margie ed il temporale. 

Ora non me ne vengono ma ci sono, ci devono pur essere, ci saranno e… va bene così, d’altronde…

É la vita

É tutto a posto

É così. 

Vorrei, vorrei…

Ho pensato che, alla soglia di un compleanno importante, fosse necessario scrivere.

Ho pensato che, in vista dei 40 anni, fosse necessario dire la mia.

Ho pensato che, per il 19 luglio 2015, fosse necessario esprimere dei desideri.

Inciso: è incredibile come l’età si e ti relativizzi. Mi spiego: a 20 anni avevo le idee chiarissime su quello che volevo fare e su dove sarei stata a 40 anni; a 30 ho cominciato ad avere dei dubbi; a 40, invece, ho capito che non è importante tanto dove devo arrivare ma con chi lo faccio.

E proprio per questo vorrei, per questo compleanno e per la vita futura, intanto ringraziare i Miei (mamma, papà, fratello e cana!), sempre e comunque, per tutto quello che hanno fatto per me e che continuano a fare; per esserci in ogni momento della mia vita con le loro parole ed i loro silenzi; per avermi reso una persona equilibrata, stabile, felice perché se sono così è solo merito loro.

E poi vorrei…

… vorrei che la persona che mi sta accanto si svegliasse tutte le mattine con la gioia di svegliarsi accanto a me, con l’entusiasmo del primo giorno, lo stesso che provo io svegliandomi accanto a lui; vorrei che mai mi facesse sentire trasparente, inadatta, inutile ma sempre speciale come un giorno in Camargue;

… vorrei che i miei amici (TUTTI) stessero, prima di tutto bene, fossero sani: mai un dolore, mai una sofferenza e, laddove ci fosse, vorrei poterla superare con loro; e li vorrei sempre felici, come davanti a un piatto di tagliolini all’astice in Sardegna; emozionati, come davanti al Tesoro di Petra; allegri, come ad una cena in terrazza da loro; rilassati, come davanti un tramonto a Sabaudia;

… vorrei che i bimbi delle mie amiche crescessero felici, perché i bimbi solo questa preoccupazione devono avere per essere degli adulti sani;

… vorrei mai dovermi pentire delle scelte fatte;

… vorrei mai più sentirmi dire (anche se mi è successo una volta sola, ma una sola è già troppo!) che sono una che “non si occupa degli altri”, “bipolare” e ” superficiale”  oppure, pur sentendolo, vorrei immensamente FOTTERMENE e non starci male come faccio;

… vorrei un Amore per le mie amiche single ma di quelli puri, sinceri, semplici come solo gli amori felici sanno essere;

… vorrei continuare la mia strada con le vecchie e solide amicizie ma anche con quelle nuove che sembrano vecchie;

… vorrei chiedere scusa a chi non amo abbastanza, a chi non curo abbastanza, a quelli per cui ho poco tempo, a quelli che in questo momento sto odiando con tutta me stessa, a chi ho fatto del male volontariamente o involontariamente;

… vorrei avere più pazienza;

… vorrei, banalmente, essere sempre felice e che voi tutti lo foste con me.

Cheers!

 

E sE(X)PO’!

E succede spesso così: io una cosa non la voglio fare e poi la faccio e dico “ma meno male che l’ho fatta!”.

Che cosa?! Ecco, l’Expo. Io non ci volevo andare e, sicuramente, non ci sarei partita apposta da Roma per vederlo ma è capitata un’occasione e che fai?! L’hanno inaugurato, stai lì, puoi prenderti mezza giornata e ci vai. Non puoi non andare.

E fai bene ad andare, vi dirò che tornando indietro forse bisognerebbe partirci da Roma e non solo per mezza giornata. Ce ne vogliono almeno due di giornate intere per vedere tutto.

Premesso che io non voglio mettermi a fare polemica, quindi vi racconto la mia esperienza senza incisi, senza qualunquismi, senza demagogia, senza dietrologie così, quello che ho visto.

E che ho visto?! Ho visto una cosa spettacolare che VA VISTA perché non è che tutti i giorni fanno un Expo.

Facile arrivarci: prendi la metro in centro ed i 20 minuti sei lì. Infrasettimanale, ora di pranzo, zero casino.

Poi ti spari ‘sti 800 metri che ti separano dai padiglioni e poi puoi tranquillamente rimanere a bocca aperta.

Non so che immaginate voi ma io non mi ero molto informata e mi immaginavo tipo una sagra della Coldiretti ma mondiale: ognuno con il suo spazietto che mi fa assaggiare i prodotti tipici e invece no…

Ogni Stato interpreta a modo suo: c’è il padiglione di fango del Sudan, vuoto; c’è il giro in Vietnam con le bancarelle; c’è la Colombia (bellissima!) che ti parla dei suoi cinque microclimi e lo fa in modo spettacolare, per carità, bellissimo ma una parola su quello che mi posso venire a mangiare da voi me la vuoi dire?! Sicuramente mi hanno dato un’idea per un eventuale, spettacolare e variegato viaggio di nozze, per dire, ma poi magari morirò di fame perchè non si parla di cibo quindi soprassiedo.

Gli Stati Uniti potevano fare di più, molto di più; vi evito il commento su “non si vive di solo pane” dello Stato Vaticano perché mi sono rifiutata di entrare, così come non sono andata in Israele; bellissimo l’Iran con un lungo corridoio di immagini e spezie: bellissima anche la struttura; dorato l’Oman; folcloristico il Kazakhstan dove faranno l’Expo 2017.

Il mio preferito tra quelli che ho visto?! Il padiglione spagnolo perché hanno interpretato al meglio lo spirito dell’Expo o almeno quello che immaginavo fosse. Colorato, pieno di immagini di cibo e prodotti tipici, rifinito, allegro, originale… insomma, bello ma pure qua neanche una tapas.

L’Italia immensa con un lungo corridoio e l’albero della vita, meno scenografico di giorno che di notte, ma da vedere.

Insomma, vi direi: andate, perché ne vale la pena. Prendetevi del tempo, almeno due giorni e gironzolate, divertitevi. Si può e si deve fare.

Fatto lo spottone mi chiedo: ma vi pare normale che solo la Polonia ti offre due dolcetti?! Capisco che magari non ce ne sarebbe per tutti però dico, ragazzi, che ce siete venuti a fa’?! Non si doveva parlare di cibo?! E il cibo forse non si mangia?! Non so, direi: “pensateci: avete 5 mesi e mezzo, organizzatevi e fateci assaggiare un pezzo di formaggio, una patatina, un pezzo di pane che ne so. Stupitemi!” … io poi magari ci ritorno.

Siamo d’accordo allora?! Io penso alla Colombia per un eventuale, spettacolare e variegato viaggio di nozze ma voi pensate alla mia pancia.

 

 

Andate in pace… da un’altra parte

Io mi devo fidare del mio istinto, non c’è niente da fare.

Oppure devo evitare di andare al cinema in questo periodo che, evidentemente, non è cosa!

Per superare la noia di Nanna Moretti, sono andata a vedere (non per mia iniziativa, ci tengo a precisarlo) Se Dio vuole… e già un film che ha Dio nel titolo mi lascia perplessa ma va bè.

Poi, la cosa inquietante, è che partono i titoli di testa e leggi che il film ha avuto non so che tipo di finanziamenti perché considerato di “interesse nazionale” e lì mi è cominciata a pulsare la vena perché me lo sono immaginato l’interesse nazionale!

E infatti quello era: il Dio (cattolico) nella figura di Gesù che “salva” la morale di una famiglia senza Dio. E qui il principio che sta alla base della mia di morale “libera Chiesa in libero Stato” se n’è andato subito a farsi benedire da Alessandro Gassman… e già nei titoli di testa!

Ma partiamo con ordine: Giallini (sempre bravo ma qui manco troppo perché un po’ troppo artefatto!) fa il cardiochirurgo con una famiglia stereotipicamente strampalata: moglie depressa, figlia scema, figlio apparentemente problematico.

Il cardiochirurgo in questione, che si crede Dio, non può credere in lui e qui la beffa del destino: il figlio vuole farsi prete e perché!? Ma perché conosce un prete giovane ed alternativo e con un passato da delinquente, interpretato da Alessandro Gassman.

Ve la sapete immaginare una cosa più banale?! Io no.

Comunque il Dio cardiochirurgo comincia a fare di tutto perché il figlio cambi idea e si affida lui stesso a questo SuperFicoPrete! Come va il film secondo voi!??! Ma che il Dio cardiochirurgo si ridime e sistema la famiglia: fa pace con la figlia scema, ricomincia a fare l’amore con la moglie depressa, non ha bisogno di far cambiare idea al figlio perché quello ci pensa da solo.

Battute? Poche.

Verve? Meno.

Attori? Tutti sopra le righe, pure la brava Morante… e basta fare sempre la parte della borghese depressa. BASTA! Unico simpatico il marito della figlia scema.

Il finale? Ad interpretazione.

L’interessa nazionale? ASSENTE! A meno che non si sia in un paese superfintocattolico in cui ancora deve essere troppo forte il messaggio religioso e di un certo tipo di religione.

Tirando le somme?! Ne sconsiglio vivamente la visione a chi è quanto meno laico.

Amen.

Ben…

Pensavo che è più facile scrivere male di un film che bene perché quando ti è piaciuto poche sono le parole.
Se il film è: carino, ben recitato, ben sceneggiato ed ambientato; con attori all’altezza; con una storia divertente e ben costruita; con una musica divina ma che cosa gli vuoi dire di più?!
E niente, forse questo!
Il nome del figlio è proprio questo.
Davvero un film carino, ben fatto, da vedere.
Cena tra amici, cognati, parenti.
Cena in una casa di radical chic comunisti: piena zeppa di libri in un quartiere di Roma in rivalutazione (sono certa che si tratti del Pigneto).
5 persone: fratello e sorella con i rispettivi coniugi e l’amico di sempre.
La cena parte da un gioco che si trasforma in una serie di litigate e confronti: cose non dette che, finalmente, si dicono; segreti svelati; problemi da risolvere; frustrazioni confessate.
Il tutto tra una zuppa di cavolo ed una crostata. Il tutto tra una presa di posizione e l’altra; tra un attacco ed una difesa; tra un tweet e una telefonata; tra un esercizio di ginnastica e un video rubato.
Loro tutti bravi, tutti affiatati, tutti complici, tutti intonati come nella perfetta canzone di Lucio Dalla abbinata al film.
Quanta nostalgia, quanta perfezione in un solo testo con il parallelo di loro ragazzi che cantavano anni prima la stessa canzone.
Ed è bello pensare che, come nella canzone, se telefoni tra 20 anni sempre lì li trovi, tutti e 5 con le loro debolezze, le cose non dette, i segreti ma sempre inevitabilmente insieme.
Bello.

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Che fai a…?!

Lasciatoci il Natale alle spalle, la domanda che più di tutte si fa in questo e che più di tutte odio (ma non solo in questo periodo bensì tutto l’anno) è: che fai a capodanno?!
Mi viene sempre da rispondere: niente!
Perché io lo odio il capodanno ma in genereIe odio tutte quelle feste in cui è obbligatorio divertirsi! E se volessi fa’ la matta il 30 o il primo?! Non se po’?! Per forza il 31 mi devo divertire?!
Comunque, dal momento che non ci si può esimere, vi elenco la mia top 3 di Capodanno ideale:
3) festa in casa di persone che conosci ma con tante persone sconosciute. Mi piace, ma é un po’ un’incognita perché non sai mai come può venire. L’anno scorso ho partecipato ad una festa così e devo dire che erano anni che non passavo un Capodanno così divertente. Prima di tutto c’erano tutti gli amici e poi anche un sacco di altra gente. Musica, alcol, Roma… non si poteva chiedere di più e infatti nulla di più ho chiesto ma così perfette ne escono una su un milione. Sono stata fortunata!
2) Sempre a casa di amici con solo persone che conosci. Perfetto. Pochi ma buoni. È capodanno ma potrebbe essere un sabato qualunque. Adoro. Senza fronzoli. Senza esagerazione. Senza l’ansia da divertimento che ti assilla. Top.
1) Il mio numero uno però rimane, essendo io pur sempre una romantica: io, Lui e una bottiglie dì champagne. Se vogliamo aggiungere le terme, magari una vasca idromassaggio, lasciatemi lì pure tutto l’anno… mica solo a Capodanno… che fa pure la rima!

Ecco, è così facile.

Mo’ manca poco meno di una settimana, credo che per quest’anno non riuscirò a trovare un Lui per realizzare il Capodanno vincitore ma prima o poi magari ci riesco!

Intanto, voi non vi stressate.
Sono sicura che qualcosa esce e se non esce non è che vi stimerò di meno, anzi forse di più!

Fate in modo, però, di avere un vestito nuovo e di stare con qualcuno a cui volete bene e baciate, baciate, baciate perché chi bacia a capodanno bacia tutto l’anno o era un’altra cosa da fare?!

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Predestinati

Proprio l’altro giorno pensavo alla casualità degli incontri e a come, quando meno te lo aspetti, ti può capitare di incontrare qualcuno.

E pensavo che senti quella che l’ha conosciuto sull’aereo, l’altro che l’ha conosciuta in treno e facevo la seguente considerazione: ma solo io, nonostante faccia Gigi la trottola, non conosco uno straccio di personaggio nel mio peregrinare?!

Allora ieri vado a Padova e avevo 3.17 ore di viaggio all’andata e altrettante al ritorno! Daje, impegnati.

All’andata (a parte che per me svegliarmi alle 6.30 è la morte, al punto da farmi girare le scatole fino a domani quindi diciamo che non apro bocca almeno fino alle 11), poi: guarda Fb, rispondi al trenino di Twitter; scrivi e pubblica il post; rispondi ai commenti; leggi 7/8 libri… e l’andata è andata!Il ritorno pure peggio perché a tutto quanto detto ci infilo pure un riposino.

Ed è così che mi sono fatta sfuggire il personaggio dell’allegata foto il quale ha preferito rimorchiare la mia vicina di posto. Con il piglio del Latin Lover della Romagna, partendo da quando è nato Gesù tanto ha fatto, tanto ha detto che la poverina ha mollato il numero di telefono.

Lui, oltre ad essere vestito come vedete, ha cacciato da Firenze a Roma una tale quantità di empietà che il treno poteva muoversi solo con quelle; l’ha messa all’angolo, con finale invito a pranzo per l’indomani.

Vedi, alle volte, gli incontri… così quando meno te lo aspetti riesci ad evitare il destino.

Credo che al prossimo viaggio oltre a: guarda Fb, rispondi al trenino di Twitter; scrivi e pubblica il post; rispondi ai commenti; leggi 7/8 libri; il riposino… ci infilo pure la manicure, così tanto per essere cerca di non inciampare in un “destino” qualsiasi!

 

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Eccezioni sempre, errori mai

Va be ma quanti libri leggi?! Mi si chiede.

Bè, vi rispondo. A parte che ne leggo sempre troppo pochi per i miei gusti, ma se in una sola settimana, per dire, ti trovi a dover fare: Roma/Santander/Bilbao e ritorno per un totale di 6 ore di viaggio tra aereo e pullman; Bilbao/San Sebastian per altre 2 ore; e ancora Roma/Padova/Roma per 7 ore di treno può succedere che in una settimana leggi 3 libri in viaggio e uno lo finisci a casa. Diciamo che se fossero tutti come me non esisterebbe la crisi dell’editoria.

Bene, chiarito questo, vi parlo di Per legge superiore, il libro di Fontana cui vi avevo accennato raccontandovi di Morte di un uomo felice.

Bene. Non è stato facile trovarlo perché se me lo sponsorizzi nel libro che ha vinto il Campiello e non prevedi ristampe (non immaginando che la gente voglia leggerlo), capita di entrare in n librerie e alla fine lo devi comprare in versione e-book alla quale, devo dire, ancora non sono abituata a pensare!

Bene. Veniamo al libro: che dire?! Questo Fontana é bravo senza mezzi termini. È bravo e punto.

Il collegamento con l’altro libro é costante: Giacomo compare spesso, accompagna ed aiuta il nuovo (che poi é vecchio, perché credo che questo libro sia stato scritto prima) magistrato a vivere la sua giustizia nella Procura di Milano.

Roberto è di destra, o almeno liberale e contro i sessantottini, e ateo; Giacomo era cattolico e comunista; Roberto ha vissuto la sua vita e fatto carriera; a Giacomo l’hanno Impedito.

Roberto é arrivato alla fine della sua carriera e potrebbe godersi gli ultimi anni di lavoro e vita, con la bella moglie in una città di provincia, ma (c’è sempre un ma in questi casi) il destino ci mette lo zampino nella persona di una giornalista che lo costringe a rivedere un processo.

Ed è lotta tra l’Io di Roberto che vorrebbe chiudere un occhio e quello, ereditato da Giacomo, che vuole tenerli aperti tutti e due.

Non vi dico quale dei due vincerà;  vi dico, invece, quanto è bello leggere l’idea di giustizia, la passione per la Legge, la voglia di fare la cosa giusta che pervade il protagonista con la fantastica scrittura di Fontana.

Il tutto è ambientato a Milano dove ti puoi sentire straniero anche se vi sei nato, come dice il protagonista; ma lo scrittore trova anche il modo di divagare su Roma che Roberto odia perché “Dio, o chi per lui, ha punito quella città con la bellezza”: è una pagina che vi pubblico e che, da romana, ritengo nasconda grandi verità!

Bene, bravo Fontana e, come dicono i tuoi protagonisti, ora stai attendo perché: “eccezioni sempre, errori mai”.

 

Domenico detto Mimmo

Era un po’ che non andavo al cinema ed in una giornata afosa, come quella di domenica, l’aria condizionata della sala devo dire che è stata di sollievo.

Era un po’ che non andavo allo spettacolo delle 16.30, circa 20 anni, ma dovendoci abbinare un aperitivo era necessario. E, vi dirò, forse pure meglio perché il film mi ha messo una tale ansia che, se fossi andata di sera, non so se avrei preso sonno.

Era un po’ che non vedevo un film che mi incollava alla sedia senza guardare l’orologio.

Era da un po’ che non vi dicevo di aver visto un film che mi è piaciuto: Senza nessuna pietà a me è piaciuto. Davvero.

Ammetto che ci sono andata solo per la mastodontica presenza di Favino, che io adoro. Diciamo che con quella faccia buona, con quelle spalle possenti, con la sua voce cavernosa è il mio ideale di uomo. Bello, bello pure con 20kg di più, e bravo bravo, oserei dire bravissimo.

Il film è lui che nell’arco di poco meno di due ore proferirà si e no 50 parole.

Il film è lui; è la sua prorompente fisicità; sono i suoi occhi da bambino; la sua barba da orso; le sue mani da muratore; la sua indole gentile.

Per tutta la durata della pellicola ho provato una pena infinita per quest’uomo (Domenico detto Mimmo) e lo so che è un film, ma mentre lo guardi mica pensi che Mimmo in realtà non esiste, mica pensi che poi esci dal cinema ed è finito tutto.

E no, non ci pensi, e allora per me il film è riuscito.

E’ riuscito a catturarmi con la ragazza bellissima e volgare, buona e vittima delle circostanze; con la donna delle pulizia cubana, splendida e gentile, disponibile e forse innamorata; con il figlio del boss cattivo, meschino, brutale, maledetto; con l’amico serpente e mafiosetto; con il boss fifone e grande solo grazie alla disperazione degli altri; con una fotografia straordinaria; con una regia appassionata; con un’ambientazione sufficientemente squallida.

E’ riuscito ad attaccarmi alla sedia e non farmi pensare ad altro che a Mimmo e Tania e alla loro favola ed ad un auspicabile (solo per il mio inguaribile romanticismo) lieto fine che poi non so se arriva, cioè io lo so perché il film l’ho visto, voi no perché non l’avete visto e allora andate, guardate e poi me lo raccontate.