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Io sto con Maddy 

Quanta fatica le storie d’amore! Un intoppo dietro l’altro: un sorriso e una lacrima; un impegno costante. E come si fa?! 

Non so bene ma io vorrei fare come Maddalena (bellissimo nome, soprattutto se hai un cognome che inizia con la m), che mentre viveva la sua bellissima storia d’amore ha dovuto sbattere il muso contro la realtà di un malessere. Non suo, ma della sua meravigliosa metà, che ha portato lui ad allontanarsi da lei, con il di lei permesso.

E quando le ho chiesto: “Ma come fai? Come ti senti? Come riesci a stare senza di lui?!”.

Lei mi ha risposto così:

“Quanto vorrei scrivere.

Quanto vorrei esprimere quello che mi passa per la testa.

Quanto vorrei dire come mi sento.

Non riesco.

Non riesco a dire come in alcuni momenti mi manchi l’aria.

Non riesco ad esprimere a parole come tutto sommato sono serena.

Non riesco a spiegare che quello che sto facendo mi sembra il più grande atto d’amore e di altruismo che potessi fare.

Non riesco a non considerare che diversamente sarei andata a sbattere contro l’odio.

E io odio l’odio.

Odio quella sensazione di frustrazione, di rabbia, di ansia che mi pervade quando odio delle persone, delle situazioni. 

Odio sentirmi velenosa.

Odio odiare.

E allora amo, amo me stessa e amo soprattutto lui che é la parte di me più bella, più importante, più vera.

E se amo me non posso non permettergli di fare quello che sta facendo. 

Qualunque cosa accada.

Qualunque decisione lui prenda.

Qualunque strada deciderá di percorrere. 

Nel frattempo devo solo riempire il mio vuoto di pieno.

Nel frattempo devo solo non lasciare spazio al vuoto, come sta facendo lui.

Nel frattempo devo solo continuare a fare quello che mi riesce meglio: amarlo!”

Non é brava Maddalena? Io sto con lei. Sempre. 

Vorrei, vorrei…

Ho pensato che, alla soglia di un compleanno importante, fosse necessario scrivere.

Ho pensato che, in vista dei 40 anni, fosse necessario dire la mia.

Ho pensato che, per il 19 luglio 2015, fosse necessario esprimere dei desideri.

Inciso: è incredibile come l’età si e ti relativizzi. Mi spiego: a 20 anni avevo le idee chiarissime su quello che volevo fare e su dove sarei stata a 40 anni; a 30 ho cominciato ad avere dei dubbi; a 40, invece, ho capito che non è importante tanto dove devo arrivare ma con chi lo faccio.

E proprio per questo vorrei, per questo compleanno e per la vita futura, intanto ringraziare i Miei (mamma, papà, fratello e cana!), sempre e comunque, per tutto quello che hanno fatto per me e che continuano a fare; per esserci in ogni momento della mia vita con le loro parole ed i loro silenzi; per avermi reso una persona equilibrata, stabile, felice perché se sono così è solo merito loro.

E poi vorrei…

… vorrei che la persona che mi sta accanto si svegliasse tutte le mattine con la gioia di svegliarsi accanto a me, con l’entusiasmo del primo giorno, lo stesso che provo io svegliandomi accanto a lui; vorrei che mai mi facesse sentire trasparente, inadatta, inutile ma sempre speciale come un giorno in Camargue;

… vorrei che i miei amici (TUTTI) stessero, prima di tutto bene, fossero sani: mai un dolore, mai una sofferenza e, laddove ci fosse, vorrei poterla superare con loro; e li vorrei sempre felici, come davanti a un piatto di tagliolini all’astice in Sardegna; emozionati, come davanti al Tesoro di Petra; allegri, come ad una cena in terrazza da loro; rilassati, come davanti un tramonto a Sabaudia;

… vorrei che i bimbi delle mie amiche crescessero felici, perché i bimbi solo questa preoccupazione devono avere per essere degli adulti sani;

… vorrei mai dovermi pentire delle scelte fatte;

… vorrei mai più sentirmi dire (anche se mi è successo una volta sola, ma una sola è già troppo!) che sono una che “non si occupa degli altri”, “bipolare” e ” superficiale”  oppure, pur sentendolo, vorrei immensamente FOTTERMENE e non starci male come faccio;

… vorrei un Amore per le mie amiche single ma di quelli puri, sinceri, semplici come solo gli amori felici sanno essere;

… vorrei continuare la mia strada con le vecchie e solide amicizie ma anche con quelle nuove che sembrano vecchie;

… vorrei chiedere scusa a chi non amo abbastanza, a chi non curo abbastanza, a quelli per cui ho poco tempo, a quelli che in questo momento sto odiando con tutta me stessa, a chi ho fatto del male volontariamente o involontariamente;

… vorrei avere più pazienza;

… vorrei, banalmente, essere sempre felice e che voi tutti lo foste con me.

Cheers!

 

E sE(X)PO’!

E succede spesso così: io una cosa non la voglio fare e poi la faccio e dico “ma meno male che l’ho fatta!”.

Che cosa?! Ecco, l’Expo. Io non ci volevo andare e, sicuramente, non ci sarei partita apposta da Roma per vederlo ma è capitata un’occasione e che fai?! L’hanno inaugurato, stai lì, puoi prenderti mezza giornata e ci vai. Non puoi non andare.

E fai bene ad andare, vi dirò che tornando indietro forse bisognerebbe partirci da Roma e non solo per mezza giornata. Ce ne vogliono almeno due di giornate intere per vedere tutto.

Premesso che io non voglio mettermi a fare polemica, quindi vi racconto la mia esperienza senza incisi, senza qualunquismi, senza demagogia, senza dietrologie così, quello che ho visto.

E che ho visto?! Ho visto una cosa spettacolare che VA VISTA perché non è che tutti i giorni fanno un Expo.

Facile arrivarci: prendi la metro in centro ed i 20 minuti sei lì. Infrasettimanale, ora di pranzo, zero casino.

Poi ti spari ‘sti 800 metri che ti separano dai padiglioni e poi puoi tranquillamente rimanere a bocca aperta.

Non so che immaginate voi ma io non mi ero molto informata e mi immaginavo tipo una sagra della Coldiretti ma mondiale: ognuno con il suo spazietto che mi fa assaggiare i prodotti tipici e invece no…

Ogni Stato interpreta a modo suo: c’è il padiglione di fango del Sudan, vuoto; c’è il giro in Vietnam con le bancarelle; c’è la Colombia (bellissima!) che ti parla dei suoi cinque microclimi e lo fa in modo spettacolare, per carità, bellissimo ma una parola su quello che mi posso venire a mangiare da voi me la vuoi dire?! Sicuramente mi hanno dato un’idea per un eventuale, spettacolare e variegato viaggio di nozze, per dire, ma poi magari morirò di fame perchè non si parla di cibo quindi soprassiedo.

Gli Stati Uniti potevano fare di più, molto di più; vi evito il commento su “non si vive di solo pane” dello Stato Vaticano perché mi sono rifiutata di entrare, così come non sono andata in Israele; bellissimo l’Iran con un lungo corridoio di immagini e spezie: bellissima anche la struttura; dorato l’Oman; folcloristico il Kazakhstan dove faranno l’Expo 2017.

Il mio preferito tra quelli che ho visto?! Il padiglione spagnolo perché hanno interpretato al meglio lo spirito dell’Expo o almeno quello che immaginavo fosse. Colorato, pieno di immagini di cibo e prodotti tipici, rifinito, allegro, originale… insomma, bello ma pure qua neanche una tapas.

L’Italia immensa con un lungo corridoio e l’albero della vita, meno scenografico di giorno che di notte, ma da vedere.

Insomma, vi direi: andate, perché ne vale la pena. Prendetevi del tempo, almeno due giorni e gironzolate, divertitevi. Si può e si deve fare.

Fatto lo spottone mi chiedo: ma vi pare normale che solo la Polonia ti offre due dolcetti?! Capisco che magari non ce ne sarebbe per tutti però dico, ragazzi, che ce siete venuti a fa’?! Non si doveva parlare di cibo?! E il cibo forse non si mangia?! Non so, direi: “pensateci: avete 5 mesi e mezzo, organizzatevi e fateci assaggiare un pezzo di formaggio, una patatina, un pezzo di pane che ne so. Stupitemi!” … io poi magari ci ritorno.

Siamo d’accordo allora?! Io penso alla Colombia per un eventuale, spettacolare e variegato viaggio di nozze ma voi pensate alla mia pancia.

 

 

HoC (deficiente io!)

Lo sapete qual è la cosa peggiore che può fare una persona che sta in fissa con una serie televisiva?! Bè, facile, guardare l’ultima puntata quando gliene mancano almeno 4 da vedere!

Ecco, IO L’HO FATTO e quando ho realizzato mi volevo sparare.

Ti metti lì, tutta caruccia, premi play e cominci a guardare.

Non fa niente che quello che stai vedendo non si abbina bene con quello che hai visto fino a 20 minuti prima.

Non fa niente che lei era mora e poi ridiventa bionda senza un perché.

Non fa niente che loro due si amavano e improvvisamente sembra che si stiano sulle palle.

Non fa niente che un personaggio che era scomparso, ricompare senza motivo.

Non fa niente…e quindi continui a guardare e rimani a bocca aperta nel finale.

Poi cominci quella che secondo te è la puntata successiva a quella appena vista e…

… lei ritorna mora

…loro due si riamano e non si stanno sulle palle

…il personaggio non lavora più per loro

E all’inizio pensi “va bè, sarà un flashback”… ma può durare una puntata e, soprattutto, senza manco un accenno?!?!?!?! Ma dai, no!

Ed è lì che ti si accende una lampadina e ti viene il dubbio e pensi… ma fammi un po’ riguardare la puntata che secondo me era prima di questa… ed eccolo lì: il buio, l’abisso, la disperazione.

Ma io dico: porca la paletta porca. Volevo spaccare tutto, la tv, il divano e poi ho realizzato che sarebbe stato inutile, in fondo mica era colpa loro e allora mi sono alzata, sono arrivata al primo specchio utile e mi sono sputata in faccia: DEFICIENTE!

Sulla serie niente da aggiungere: perfetta, come al solito. Meno intrigante da un punto di vista personale, più politicizzata ma sempre inesorabilmente PERFETTA, come Claire del resto, che, come tutti gli elettori, preferisco bionda… ve lo volevo dire come nota di stile!

Ma porca la paletta porca, che deficiente io!

Nomen Omen

Scusate ma che nome è Gabrio Tullio?!

Scusate ma perché i genitori danno ai figli dei nomi a cazzo?!

Scusate ma perché non si pensa che un neonato dovrà portare quel nome tutta la vita.

Tipo: perché non c’hanno pensato i miei quando sono andati all’anagrafe e mi hanno condannato a portare “Nunzia” addosso per tutta la vita, e dai! E io mo’ mi devo inventare i vari Kiuky, Margie, Nancy e quant’altro per sopravvivere.

Ora io dico, io sono stata un caso… cioè proprio un caso no… ma era quasi 40 anni fa, papà voleva che avessi il nome della mamma e, disgraziatamente per me, mia nonna si chiamava così e non mi venite a dire “e però è il nome di nonna!” e lo so ma, amici, nonna aveva un nome BRUTTO… è bene che si sappia e a me NON piace.

Ohhhhhhhh, poi che:

  • ci ho fatto l’abitudine;
  • che chiunque mi conosce di fatto non mi chiama così;
  • che ho fatto di tutto nella vita per farlo dimenticare ed associarlo a me cercando di far ricordare una persona almeno simpatica

…ok,  ma che fatica, ragazzi, che fatica!

Comunque, passano gli anni, siamo in un’epoca ultramoderna e mi tocca sentire cose che noi umani sarebbe meglio non sentissimo!

Prendo spunto da questo poverino di Gabrio Tullio Ramazzotti ma potrei fare mille altri esempi; pure alla di lui sorellastra con Celeste non è che sia andata tanto meglio, che mi fa venire in mente Cyranda de Pedra.

Ma un classico: Marco, Francesco, Matteo, Luca o una classica Sara, Valentina, Valeria… che cavolo ne so, non è più semplice?!

Ma ci rendiamo conto che un nome non è solo un nome se uno se lo deve portare dietro tutta la vita?!

E’ facile fare gli alternativi con il nome degli altri!

Se una Nunzia, per esempio, per diventare un minimo più interessante deve cercare di essere simpatica, si deve inventare un blog, deve capirne di moda, scrivere su tutti i social network, come minimo un Gabrio Tullio deve diventare imperatore… e dai, siamo seri!

La semplicità premia sempre, sentite a me. E i nonni avranno abbastanza buon cuore da non volere che pure i nipoti siano condannati ad un nome di merda.

Fidatevi, è così, siate davvero moderni: semplificatevi!

Premiata ditta

“Questo week end c’è una festa. Vieni?!” e io “No, questo week end vado a Marsiglia.”

“A Marsiglia?! E perché Marsiglia?!” e allora io: “prima di tutto: perché no?! E poi il biglietto costava 35€ andata e ritorno, che facevo?! Non ci andavo?!” e il mio interlocutore “bè, certo!”.

Questo fate conto 10 volte la settimana scorsa. Alla parola “Marsiglia” tutti la stessa reazione ed, effettivamente, dopo averla vista vi potrei dire “ma anche si può evitare!”… certo, dopo averla vista. Perchè proprio questo è il punto: le città, i posti, i paesaggi si devono vedere per poter dire “non mi piace”.

Io questo faccio.

E allora capita che dopo aver visto le città più famose, più note, più celebrate, decidi di investire questi 35€ (andata e ritorno: insisto!) per valutare un’altra località che tra l’altro è da tanto che volevo vedere, eh!

E come faccio spendere solo € 35 per un biglietto aereo?!

Intanto parto al di fuori dei periodi convenzionali. Mai mi vedrete in giro per il mondo nei ponti comandati… questo mi ha portato a visitare Varsavia con meno 17 gradi l’anno scorso, ma se “turista intelligente vuoi apparire un po’ devi soffrire”.

Poi comincio a fare simulazioni e, come ben dice la mia socia, “la meta la fa il prezzo”!

E questa ricerca può essere fatta anche (e forse soprattutto) a partire da un mese e mezzo/due dalla partenza, roba che se non te lo segni te lo scordi pure che devi partire.

Poi, fermato il volo, pensi all’albergo. E qui: mentre per il volo conviene andare a cercare sul sito delle compagnie aeree, per l’albergo no: i motori di ricerca sono migliori. Il mio preferito è booking e sicuramente ci sono delle offerte che gli alberghi da soli non fanno. Quindi prenoto e cerco di trovare quelli che consentono la cancellazione senza addebito fino a 24 ore prima, così se ci ripensi, se ne vuoi un altro sei libero di cancellare la prenotazione.

Dopo di che metti da parte tutto ed una settimana prima della partenza cominci dire “No, questo week end non posso, devo andare a Marsiglia!” e quello “A Marsiglia?! E perché Marsiglia?!” … e si ricomincia… buon viaggio!

PS: il post è scritto in prima persona ma tutto questo è possibile anche perchè ho una degna socia con la quale condivido questa follia. Onore al suo merito, sempre.

Un pre presuppone un post che non arriva

Ma io vi ho mai parlato del preconto?

No?!

Bene, provvedo.

Il preconto è quella splendida invenzione che si sono inventati i ristoratori per non fare la ricevuta.

Il preconto, infatti, sembra in tutto e per tutto una ricevuta ma tale non è.

Tu chiedi il conto e ti arriva questo foglietto che ha le sembianze di una ricevuta ma manca di numero e di intestazione e, soprattutto, di valore legale.

Con questo semplicemente si dovrebbe fare un controllo su quanto si è ordinato, dare l’ok al pagamento, pagare e ricevere in cambio una ricevuta.

Ecco.

Da quando ho scoperto l’esistenza di tale strumento ne ho visti di tutti i tipi: quello con intestazione, quello dove c’è scritto che la ricevuta seguirà al pagamento, quello che non dice niente. Insomma varie ed eventuali.

Come strumento è anche comodo, utile, quasi necessario.

Quello che non va bene è l’uso distorto che se ne fa.

Perché, ovviamente, essendo in tutto e per tutto simile ad una ricevuta i meno accorti non si accorgeranno che tale non è e gli basterà questo, dopo aver pagato, per uscire dal ristorante.

Peccato che il preconto finisce nel cestino, non ha valore fiscale e le tasse su quel conto non verranno pagate mai.

Allora io ho sviluppato una mia tecnica.

Arriva il preconto, controllo e pago. Aspetto il resto, che spesso arriva senza ricevuta, e a quel punto, e solo a quel punto, la chiedo perché è evidente che tu di tua spontanea volontà non me la stai portando. Quando arriva controllo il numero della ricevuta per capire quante ne sono state fatte nella giornata e per rendermi conto di quanto, infinitamente, sei disonesto.

Questo è quanto è successo ieri sera. Ristorante giapponese a Roma, vicino alla FAO.Pieno. Siamo in 3, conto di 45€: arriva preconto, controllo, pago, do 50€; quella torna con 5€ senza ricevuta; gliela chiedo, me la porta e che numero di scontrino era?! Il 19!!! Ora, erano le 23 passate, il ristorante si stava svuotando ma era pieno, anche considerando i coperti della sera il 19 è un numero impossibile, se consideri poi la posizione, e che è aperto anche a pranzo, fatevi due conti.

Io divento pazza, queste cose mi fanno troppo girare le scatole.

Sarei uscita e li avrei denunciati ma non è così facile.

Allora, due appelli faccio:

  • a voi: a stare attenti e, nel vostro piccolo, a farvi sentire facendo valere il vostro diritto;
  • alla Guardia di Finanza, fate una app, inventatevi una procedura qualcosa che dia la possibilità di denunciare in maniera più facile perché mi sono informata e, vi assicuro, che oggi è complicata.

Sono una stronza?! Sicuro, ma c’è chi lo è più di me e questo ne è l’esempio!

 

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Analisi del testo

Serata tra amiche.
Ad un certo punto due delle 10 dicono: “assolutamente dovete ascoltare questa canzone perché è meravigliosa!”.
La cercano, la trovano, la ascoltiamo.
Ed ecco che le orecchie si riempiono ed il cuore si spacca.
La canzone è Da capo cantata da Mina ma scritta da Cocciante nel 1977.
Io avevo due anni eppure la canzone mi ha… come ve lo posso spiegare… dato una mazzata sulla “noce del capocollo” come direbbe Lino Banfi, che la metà bastava.
Lei: finisce una storia, sta a casa da sola a “sprecare le giornate”, sa che deve reagire ma passa “dalla sedia alla poltrona e sdraiata sul divano”; con la luce spenta perché fa male agli occhi, con la sabbia dentro gli occhi e il sale nella bocca.
Sta lì e sa che deve ricominciare ma il cuore “fa un casino di rumore” e non si vuole rassegnare che non c’è più niente da fare, “che tu non vuoi più ritornare”.
Ecco, e qui se fosse un film, sarebbe calato il sipario perché ad almeno 5 su 10 è scesa la lacrima.
E che cazzo, ma come fanno questi in una sola canzone a descrivere quanto di più crudele si possa passare nella vita affettiva. L’abbandono. La mancanza. La disperazione della perdita di un amore.
E stai lì e pensi che ci siamo passati tutti almeno una volta nella vita e che meglio non si poteva raccontare.
E poi però la speranza perché prima o poi la reazione e diventare “la donna più completa che tu possa immaginare” perché “per Dio non è finita” e CIAONE a te che te ne sei andato.
Oh, giusto!
Ecco, bene, la speranza… perché passa, da quella casa ci esci ma intanto, peró, passateci “da quella sedia alla poltrona e poi distesa sul divano”… ma li mortè (come si dice in Francia!) che mazzata sulla noce del capocollo, ragazze!

HoC

Vi devo per forza parlare di House of cards.

Lo so, lo so, arrivo tardi ma arrivo.

Embè, che dire? Io mi sono innamorata.

Io voglio un uomo come Francis (Frank) al mio fianco.

Io voglio essere Claire.

Come?! Lui è un assassino, arrivista, senza scrupoli, narcisista?! E va bè, ma è un uomo con la U maiuscola; uno che veramente non deve chiedere mai; uno di quelli che scenderebbe dalla macchina per accompagnarti alla porta; che non ti offrirebbe la cena ma il ristorante; uno di quelli con una sicurezza che ti farebbe dire “sì, tutto quello che vuoi tu, Francis!”.

Me ne sono innamorata tipo alla prima scena, Kevin Spacey è grandioso, è Dio.

E poi c’è lei. Vogliamo parlare di Claire?! E parliamone: i suoi vestiti, le sue scarpe, il suo taglio di capelli, la sua naturale eleganza e bellezza; il piglio deciso nell’assecondare, contrastare e pilotare il marito; l’assoluta fedeltà allo scopo.

Non lo so, vogliamo parlare di tutto questo?! E parliamone perché io sono prontissima.

Sono appena uscita da una full immersion delle due serie e consiglio, a chi ancora avesse questa carenza, di colmarla perché davvero ne vale la pena.

Intrighi, potere, soldi, politica, voti, Casa Bianca, Presidenti, Congresso, vice-presidente, lobbisti, sesso no va bè, chi più ne ha più ne metta!

C’è tutto in questa serie SPET- TA- CO- LA-RE!!!!

Io lo sapevo che finiva così, io non mi ci devo mettere a vedere le serie televisive perché poi arriva la bulimia, devo finirle subito, devo fare nottata e quando finiscono ne voglio ancora e ancora.

Mo’ chi ci arriva al 27 febbraio quando inizierà la terza serie?!

Come potrò distrarmi?!

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin: “Pronto, come dici?! Stasera gruppo che suona in quel locale; e domani cena, e dopo domani festa?! E andiamo, tanto fino al 27 febbraio sono libera!”.

E va bè, magari qualcosa da fare nel frattempo la trovo..

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Je suis

Non vi dirò che sono Charlie Hebdo perché io fino a ieri in tarda mattinata non sapevo neanche cosa fosse Charlie Hebdo.
Sì, lo ammetto, dal bassissimo della mia ignoranza non sapevo chi fosse Charlie Hebdo.
E non fingerò di saperlo perché a me le vignette non sono mai piaciute, così come non mi sono mai piaciuti i fumetti e non sono francese, quindi neanche a dire che per sbaglio mi è capitata una delle riviste in mano.
Detto questo, sono comunque sconvolta e non tanto, e non solo, per l’aspetto diciamo “planetario” della questione quanto per quello umano.
Perché stamattina mi sono svegliata pensando che ieri mattina, come me, si sono svegliate; sono scese dal letto; hanno pensato “stamattina non mi va”; hanno bevuto il loro caffè; si sono fatte la doccia, lavate i denti, vestite; sono uscite di casa; hanno preso la macchina (la bici, il bus); sono entrate al lavoro 12 persone e non sono mai tornate a casa.
E, di contro, c’erano ieri mattina altre 3 persone che hanno fatto esattamente gli stessi movimenti fino ad una certa azione, salvo poi magari pregare il proprio Dio, ed in suo nome, imbracciare un fucile e sparare ed uccidere.
Ecco, questo mi sconvolge.
Mi sconvolge pensare che ancora in nome di Dio (qualunque esso sia!) si possano commettere degli omicidi.
Mi sconvolge pensare che questi 3 assassini abbiano trovato in Dio la forza di togliere la vita a qualcun altro.
Mi sconvolge pensare che quelli a cui la vita è stata tolta hanno avuto, come unica colpa, quella di disegnare.
Mi sconvolge pensare che nel 2015 non si possa manifestare con un disegno la propria idea senza paura di essere uccisi, così a sangue freddo.
Mi sconvolge pensare che conseguenze drammatiche si porterà dietro tutta questa storia.
Mi sconvolge pensare al poliziotto ferito che chiede pietà e viene giustiziato.
Mi sconvolge pensare che questo reciproco odio non finirà mai.
Mi sconvolge pensare che tutto questo, nulla ha a che vedere con la satira e con la religione.
Mi sconvolge pensare che quelle 12 persone non si sveglieranno più la mattina e non scenderanno più dal letto, non diranno più “non mi va stamattina”; non berranno più il loro caffè, non entreranno più in doccia, non si vestiranno più, non prenderanno più la macchina (la bici, il bus), non entreranno più a lavoro perché quelle 12 persone non ci sono più e con loro non c’è più anche una parte di me. Quella che ancora crede che certe cose, in nome di Dio (ma diciamo pure in nome di nessuno!) non dovrebbero mai avvenire.
RIP.

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